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Smartphone con l'app ChatGPT accanto a un laptop
Foto: Jernej Furman / Wikimedia Commons (CC BY 2.0)

IA e motivazione: bastano 10 minuti di aiuto per arrendersi prima


Bastano circa dieci minuti di aiuto dall’intelligenza artificiale per ridurre la nostra voglia di insistere davanti a un problema. È la conclusione di uno studio condotto da ricercatori di Carnegie Mellon University, UC Berkeley, Università di Oxford, MIT e UCLA, raccontato da Live Science. Lo studio è stato presentato alla Conference on Language Modeling 2026 di San Francisco. Secondo i dati, chi si affida a un chatbot come ChatGPT per avere subito la risposta rende meno, e si arrende più spesso, quando l’assistente non c’è più.

Come è stato condotto lo studio sull’IA e la motivazione

Il lavoro, intitolato “AI Assistance Reduces Persistence and Hurts Independent Performance”, ha coinvolto 1.222 partecipanti statunitensi, reclutati sulla piattaforma Prolific e divisi in tre esperimenti randomizzati e controllati. Ogni sessione durava fra i 13 e i 15 minuti. Nei primi due esperimenti bisognava risolvere problemi con le frazioni, nel terzo domande di comprensione del testo prese dalle prove di allenamento del SAT.

Una parte dei partecipanti aveva accanto un assistente basato su GPT-5, che conosceva già problema e soluzione e poteva dare indizi oppure la risposta diretta. All’improvviso, e senza preavviso, l’assistente veniva tolto e tutti dovevano affrontare da soli gli ultimi tre quesiti. Si poteva saltare una domanda senza alcuna penalità per gli errori. Per questo gli autori considerano il salto una scelta deliberata di non impegnarsi, cioè una misura diretta della perseveranza.

Ragazza concentrata davanti al laptop con una matita in bocca
Foto: Jan Vašek / Wikimedia Commons (CC0)

I risultati: meno risposte corrette e più problemi saltati

Finché avevano l’IA, i partecipanti assistiti risolvevano più problemi e abbandonavano meno. Il quadro si ribaltava appena l’aiuto spariva. Nel primo esperimento (354 persone) il gruppo che aveva usato l’IA ha risolto in media il 57% dei problemi finali, contro il 74% del gruppo di controllo. Il tasso di problemi saltati è quasi raddoppiato: 20% contro 11%.

Il secondo esperimento (667 persone) aggiungeva un pre-test per escludere chi non sapeva fare nemmeno le frazioni più semplici e ha confermato il calo delle prestazioni (71% contro 77%). Il dato più interessante riguarda come veniva usata l’IA. Il 61% dei partecipanti assistiti ha dichiarato di averla usata soprattutto per farsi dare la risposta. In questo gruppo si concentrano sia il calo di rendimento sia l’aumento delle rinunce. Chi chiedeva solo indizi o chiarimenti è andato in linea con il gruppo di controllo, o un po’ meglio.

Il terzo esperimento, sulla comprensione del testo (201 persone), ha dato lo stesso risultato: 76% di risposte corrette per chi aveva usato l’IA contro 89%, e un tasso di domande saltate dell’8% contro l’1%. Secondo gli autori, quindi, l’effetto non riguarda soltanto la matematica.

Perché l’intelligenza artificiale riduce la perseveranza

Gli autori propongono due spiegazioni. Una intelligenza artificiale che risolve tutto in pochi secondi cambia la nostra idea di quanto “dovrebbe” durare un compito, e così il lavoro fatto da soli sembra più faticoso. In più, l’IA elimina quella che la prima autrice Grace Liu, dottoranda in machine learning alla Carnegie Mellon, ha descritto a Live Science come “difficoltà desiderabili”: la fatica produttiva che col tempo costruisce le competenze. “Se l’IA elimina sistematicamente quella fatica, le persone possono ottenere la risposta giusta sul momento ma sviluppare capacità autonome meno solide”, ha spiegato.

Lo studio si inserisce nel filone di ricerca sul cosiddetto cognitive offloading, cioè la delega di lavoro mentale a strumenti esterni. È un tema che interessa anche aziende e istituzioni, come mostra il rapporto IBM sulla governance dell’AI in Italia e la scelta della Svezia di limitare ChatGPT e Claude negli uffici pubblici.

Smartphone con l'app ChatGPT accanto a un laptop
Foto: Jernej Furman / Wikimedia Commons (CC BY 2.0)

I limiti dello studio e cosa cambia per i chatbot

Gli stessi ricercatori invitano alla cautela. Gli esperimenti misurano un’esposizione breve all’IA e un effetto immediato. Non sappiamo se il calo duri ore o giorni, né se si accumuli con l’uso quotidiano: per capirlo servono studi longitudinali. In più, l’assistente usato nei test era “al massimo dell’aiuto” e dava risposte complete su richiesta.

Il punto, secondo gli autori, è nel modo in cui sono progettati i modelli. Gli assistenti di oggi sono ottimizzati per la soddisfazione immediata dell’utente, mentre dovrebbero puntare anche a far crescere le sue competenze nel lungo periodo, come fa un buon mentore che sa quando non aiutare. È una sfida per i grandi sviluppatori, impegnati in una corsa a modelli sempre più rapidi e autonomi come il recente GPT-6.1 Terra di OpenAI. Un’IA “socratica”, che guida con domande e indizi invece di dare subito la soluzione, potrebbe essere una strada. I dati dell’esperimento sulle frazioni vanno in questa direzione, anche se in modo ancora preliminare.

Fonti: https://www.livescience.com/technology/artificial-intelligence/10-minutes-is-all-it-takes-for-ai-assistance-to-erode-your-motivation-study-shows; https://arxiv.org/abs/2604.04721

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