Secondo una ricerca dell’agenzia di sicurezza informatica Surfshark, si stima che circa 6,5 milioni di persone in Italia utilizzano uno smartwatch. Ma dietro questa diffusione si nasconde un interrogativo: quanta privacy siamo disposti a sacrificare in cambio di comodità? L’analisi di Surfshark getta luce sulle pratiche di raccolta dati da parte delle app companion che accompagnano smart ring, smart glasses e smartwatch. Il quadro che ne emerge è tutt’altro che rassicurante: molte di queste app collezionano una quantità significativa di dati personali, spesso per motivi poco chiari e, in certi casi, esplicitamente orientati alla pubblicità di terze parti.
Smartwatch, occhiali e anelli: chi raccoglie più dati?
Secondo Surfshark, le app per smartwatch sono quelle che raccolgono più informazioni: 11 tipi di dati in media su 35 disponibili, contro i 9 delle smart glasses e i 6 degli smart ring. Si tratta di dati che spaziano da informazioni basilari fino a dettagli ben più sensibili, come posizione, contatti, contenuti personali, cronologia di navigazione, dati finanziari e biometrici. Tra i casi più emblematici c’è quello delle Ray-Ban Meta Smart Glasses, che si appoggiano all’app Meta AI: secondo l’analisi, questa app raccoglie 33 tipi di dati su 35, oltre il 90%. Anche l’app Amazon Alexa, quando utilizzata con smart glasses, può arrivare a raccogliere 28 categorie di dati, molti dei quali sotto la generica etichetta “per altri scopi”, qualsiasi cosa essa voglia dire.
Nel settore degli smart ring, è Ultrahuman a distinguersi: è l’unico ad ammettere esplicitamente l’uso dei dati per fini pubblicitari, compresi indirizzi email, ID utente o dispositivo, interazioni col prodotto e altri elementi legati all’advertising. Sul fronte smartwatch, invece, CMF Watch e CASIO WATCHES sono tra le app che includono tracciamento dell’utente tra le loro finalità, pur senza fornire dettagli esaustivi.
Una questione di consapevolezza (e di fatica)
Secondo Luís Costa, responsabile della ricerca per Surfshark, il problema principale non è solo la quantità di dati raccolti, ma il fatto che molti utenti non ne sono consapevoli, o peggio, si trovano a dover accettare lunghissime privacy policy senza strumenti concreti per comprenderle. Alcuni documenti, come ricorda lo studio, superano le 12.000 parole e finiscono per generare quella che viene definita “privacy fatigue”, ovvero disinteresse o rassegnazione davanti alla complessità dei testi legali. Costa sottolinea anche come l’uso simultaneo di più dispositivi — un Oura Ring al dito, un Apple Watch al polso, un paio di Ray-Ban Meta Smart Glasses sul naso — possa amplificare il rischio, specie in un contesto in cui l’intelligenza artificiale entra sempre più in gioco nella gestione di dati biometrici non modificabili.
L’importanza di leggere (davvero) le condizioni
La raccomandazione degli esperti è semplice, almeno in teoria: leggere con attenzione le privacy policy, capire chi gestisce i nostri dati e per quali scopi. In pratica, però, si scontra con testi oscuri, autorizzazioni preimpostate e un ecosistema che tende a privilegiare l’esperienza utente rispetto alla trasparenza.





































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