Il 10 ottobre alcuni utenti hanno visto apparire nella parte iniziale dell’app Telegram questo messaggio: “Fine dell’Internet libero. L’Internet libero sta diventando uno strumento di controllo”. Ma a cosa si riferisce?

Cliccando sul messaggio si viene diretti ad una lettera che ha condiviso il fondatore di Telegram, il francorusso Pavel Durov, sul proprio canale. Nella missiva si scaglia frontalmente contro l’Occidente e le normative implementate. Si parla del discusso Chat Control, fino al controllo dell’età in Australia e l’Identità digitale nel Regno Unito.

Qui la traduzione del messaggio in italiano:
Compio 41 anni, ma non ho voglia di festeggiare.
La nostra generazione sta finendo il tempo per salvare Internet libero, quello costruito per noi dai nostri padri.
Ciò che un tempo era la promessa di uno scambio libero di informazioni si sta trasformando nel più potente strumento di controllo.
Paesi un tempo liberi stanno introducendo misure distopiche come le identità digitali (Regno Unito), le verifiche dell’età online (Australia) e la scansione di massa dei messaggi privati (Unione Europea).
In Germania si perseguita chi osa criticare i funzionari su Internet. Nel Regno Unito si incarcerano migliaia di persone per i loro tweet. In Francia si aprono indagini penali contro i leader tecnologici che difendono la libertà e la privacy.
Un mondo oscuro e distopico si sta avvicinando rapidamente, mentre dormiamo. La nostra generazione rischia di passare alla storia come l’ultima ad aver conosciuto la libertà — e ad averla lasciata portar via.
Ci hanno raccontato una menzogna.
Ci hanno fatto credere che la più grande battaglia della nostra epoca fosse distruggere tutto ciò che i nostri antenati ci hanno lasciato: tradizione, privacy, sovranità, libero mercato e libertà di parola.
Tradendo quell’eredità, abbiamo imboccato la strada dell’autodistruzione — morale, intellettuale, economica e infine biologica.
Quindi no, oggi non festeggerò. Il tempo mi sta sfuggendo. Il tempo ci sta sfuggendo

Ma come se la passa il resto del mondo?
Il 41enne Durov è insomma in crisi per la fine dell’Internet Libero. Ma che ne è del resto del mondo? Perché non cita anche gli altri Paesi?
In Russia il sistema è ormai completamente chiuso: il Cremlino ha costruito un’infrastruttura di censura e sorveglianza che filtra il traffico online, oscura siti, e punisce chi diffonde “fake news” — spesso qualunque opinione sgradita. I social occidentali sono in gran parte bloccati o strettamente controllati, e i provider devono connettersi al sistema SORM, che permette ai servizi di sicurezza di intercettare tutto. In Bielorussia, dopo le proteste del 2020, lo Stato ha seguito la stessa direzione. Internet viene oscurato a ondate, i giornalisti indipendenti sono perseguitati e i blogger rischiano anni di carcere.
Nei Balcani la situazione è più sfumata: in Serbia e Ungheria esiste un ecosistema mediatico formalmente libero ma fortemente polarizzato e dipendente dal potere politico. Il controllo non avviene tanto con la censura diretta quanto con la pressione economica e la propaganda sistematica. In Ungheria, ad esempio, quasi tutti i media mainstream sono riconducibili a fondazioni vicine al governo.
In Cina, la censura è totale e capillare. Il “Great Firewall” blocca Google, Facebook, Wikipedia e migliaia di altri siti. Ogni piattaforma nazionale è filtrata e moderata da migliaia di operatori, spesso assistiti da algoritmi che rimuovono parole o immagini “sensibili” in pochi secondi. Criticare il Partito o diffondere notizie non approvate può costare la libertà. Ma il sistema è anche raffinato: più che vietare, orienta e plasma la conversazione pubblica.
In Vietnam e Thailandia, l’approccio è più selettivo. Si permette una certa libertà, ma chi tocca monarchia, esercito o partito rischia arresto o processi per “propaganda anti-statale”. I social vengono usati tanto per sorvegliare quanto per controllare il dissenso.
In India, la censura si intreccia con la politica. Il governo blocca temporaneamente Internet in intere regioni, come il Kashmir, e impone la rimozione di contenuti “contro l’ordine pubblico”. Le grandi piattaforme collaborano a fasi alterne, oscillando tra pressioni e ricorsi legali.
Nel Medio Oriente e Asia centrale, la sorveglianza è il cuore del controllo. Emirati, Arabia Saudita e Iran combinano tecnologie occidentali di spyware con leggi severe su blasfemia o “terrorismo digitale”. L’Iran, dopo le proteste del 2022, ha costruito una rete nazionale separata dal web globale.
In Giappone e Corea del Sud, invece, Internet resta aperto. Ci sono filtri minimi, legati perlopiù a pornografia e gioco d’azzardo, ma la pressione sociale e il conformismo culturale creano forme di autocensura che non passano per lo Stato.
Insomma, Pavel, festeggia tranquillo: L’Internet, Libero, non lo è mai stato.


























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