Controllare le neurotecnologie prima che ci controllino: l’UNESCO propone principi globali per proteggere la privacy mentale

Le neurotecnologie stanno passando dalla fantascienza alla realtà. Impianti cerebrali in grado di restituire il linguaggio a persone afasiche o controllare un cursore con il pensiero sono già in fase di sperimentazione umana. Aziende come Neuralink di Elon Musk stanno sviluppando interfacce cervello-computer sempre più sofisticate, mentre dispositivi indossabili promettono di migliorare concentrazione, apprendimento e perfino emozioni. Ma l’accelerazione di queste tecnologie ha messo in allarme la comunità scientifica, etica e giuridica.

Per la prima volta, l’UNESCO ha convocato esperti di neuroscienze, filosofia e diritto per stilare un documento condiviso che stabilisca principi etici globali in grado di tutelare la “privacy mentale” degli utenti. Nove raccomandazioni, discusse in un incontro a Parigi, delineano una serie di criteri che i Paesi membri potrebbero adottare volontariamente. I 194 Stati dell’UNESCO voteranno a novembre se farli propri, trasformandoli in un riferimento internazionale.

Una tecnologia che penetra la mente

Le neurotecnologie sono capaci di intercettare, stimolare o modificare l’attività neurale per fini terapeutici, comunicativi o ricreativi. Tra i casi emblematici c’è quello di Ann Johnson, rimasta muta per vent’anni dopo un ictus. Grazie a un impianto cerebrale e un avatar vocale, è riuscita a “parlare” di nuovo. Ma gli stessi meccanismi che permettono un simile traguardo sollevano questioni profonde sulla libertà di pensiero, l’identità personale e l’autonomia decisionale.

Uno dei rischi maggiori, secondo i delegati, riguarda l’uso non medicale di questi dispositivi. A differenza di quelli impiantabili, che sono già soggetti a regolamentazioni sanitarie in USA e UE, i dispositivi di consumo come cerchietti EEG, cuffie neurofeedback o app che deducono emozioni da voce e occhi, sfuggono ai controlli normativi.

Dati neurali e consenso: una questione di potere

La preoccupazione più urgente è quella legata ai dati cerebrali. Come ricorda Marcello Ienca, esperto di etica alla Technische Universität München, queste informazioni sono di natura intima e potenzialmente rivelano stati mentali, intenzioni, emozioni. Un loro uso improprio potrebbe portare a forme di neuromarketing non consensuali o a profilazioni politiche e comportamentali.

Il documento dell’UNESCO sottolinea l’obbligo del consenso informato, libero e revocabile per ogni utilizzo delle neurotecnologie. Ma alcuni eticisti, come Vikram Bhargava della George Washington University, fanno notare che anche un consenso accurato non basta a garantire la privacy: i dati neurali di un individuo possono implicare quelli di altri con caratteristiche cerebrali simili, aprendo scenari complessi di responsabilità collettiva.

Scuola, lavoro e pubblicità: nuovi scenari di rischio

Tra le applicazioni critiche evidenziate c’è quella educativa: i delegati raccomandano di vietare l’uso della neurotecnologia per valutare studenti o insegnanti, poiché potrebbe rafforzare disuguaglianze già esistenti. In ambito pubblicitario e politico, si teme che sensori cerebrali e biometrici possano essere sfruttati per influenzare inconsciamente le decisioni degli utenti, anche mentre dormono.

Per affrontare questi pericoli, il documento chiede trasparenza agli sviluppatori, che dovrebbero rendere chiaro come vengono raccolti e utilizzati i dati, e progettare fin dall’inizio i dispositivi con meccanismi di protezione incorporati.

Regolare o responsabilizzare?

Secondo Nita Farahany, giurista della Duke University, la creazione di uno standard globale offre un’opportunità unica per prevenire abusi, soprattutto in un momento in cui negli Stati Uniti si assiste a un indebolimento delle regolazioni in materia di intelligenza artificiale. Tuttavia, Farahany avverte: le norme da sole non bastano. Serve una progettazione etica a monte, che privilegi la sicurezza, la revocabilità del consenso e la limitazione delle funzionalità potenzialmente invasive.

Il documento dell’UNESCO non ha valore vincolante, ma punta a influenzare l’agenda politica e industriale su scala mondiale. La sfida non riguarda solo il progresso tecnologico, ma la difesa di uno spazio mentale che rischia di diventare il prossimo terreno di conquista commerciale.

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