Il satellite di Project Suncatcher ha superato il suo primo vero esame. Google ha comunicato che il prototipo lanciato il 1° ottobre, con a bordo chip TPU di classe data center, ha generato e trasmesso a terra la prima risposta di un modello di intelligenza artificiale eseguito in orbita. Il modello in questione è Gemma 4, la famiglia open di Google DeepMind, e la risposta è un haiku sullo spazio.
Project Suncatcher, l’haiku arrivato dall’orbita
Dopo alcune settimane di messa in servizio, con l’accensione dei moduli host e TPU e i primi test di machine learning, gli ingegneri hanno inviato il primo prompt durante il passaggio sopra una stazione di terra. La richiesta, secondo The Register, chiedeva un haiku dal punto di vista di una TPU in orbita attorno alla Terra. Mentre il satellite sorvolava le Svalbard, in Norvegia, è arrivata la risposta: «Blue marble below / Data streams in silent grace / Starlight feeds my core».
Google lo definisce il traguardo «Hello World» del progetto: la prima risposta mai prodotta da una TPU di classe data center nello spazio. Dopo l’haiku il team ha provato anche limerick a tema spaziale e prompt di telemetria sullo stato tecnico del carico utile.

Quattro TPU, ma una sola accesa alla volta
Il satellite, sviluppato insieme a Planet e partito con la missione di rideshare Transporter-18 di SpaceX, trasporta quattro TPU e produce fino a 1 kW di energia. Secondo TechCrunch, però, il consumo dei chip consente di accenderne solo una per circa 20 minuti alla volta, un vincolo che complica anche le comunicazioni con la Terra. Un portavoce ha spiegato che il satellite funziona regolarmente.
Le prossime prove riguardano il comportamento delle TPU sotto stress termico e radiazioni. Nello spazio il calore si smaltisce solo tramite radiatori, e le radiazioni possono causare i cosiddetti bit flip, errori in memoria capaci di corrompere i dati senza attivare i normali controlli. Google aveva già testato le TPU Trillium con un fascio di protoni all’Università della California a Davis.
Data center in orbita: la scommessa di Google
Project Suncatcher è un progetto di ricerca a lungo termine. In orbita bassa i pannelli solari possono ricevere luce quasi continua e produrre fino a otto volte l’energia ottenibile a terra. Il prossimo passo, previsto per il 2027, prevede due satelliti collegati via laser, mentre i modelli futuri dovrebbero trasportare decine di chip ciascuno. Del lancio del prototipo avevamo parlato nelle tech news del 25 settembre.
Resta la questione dei costi. The Register ha calcolato che quei pochi token, generati tramite le API cloud, costerebbero una frazione di centesimo, mentre il lancio di un satellite resta molto oneroso. Google stima che con un costo di accesso all’orbita di circa 200 dollari al chilo il lancio, distribuito sulla vita utile del satellite, diventerebbe paragonabile alla spesa elettrica dei data center terrestri negli Stati Uniti. L’orbita, intanto, attira sempre più aziende tech, come dimostra il caso di Amazon Leo e Globalstar, mentre sul fronte opposto crescono i modelli open capaci di girare direttamente sullo smartphone.



























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