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Censura online, nel 2025 tornano a crescere blocchi e shutdown di Internet


Il 12 marzo si è celebrata la giornata mondiale contro la cyber-censorship. Anche quest’anno ecco un’occasione per misurare lo stato di salute della libertà online. I dati diffusi da Surfshark e rilanciati da Statista mostrano che nel 2025 i casi di restrizione imposti dai governi sono tornati ad aumentare dopo il rallentamento osservato nel 2024. Parallelamente, il rapporto Freedom on the Net 2025 di Freedom House segnala che la libertà su Internet è in calo a livello globale per il quindicesimo anno consecutivo.

Infographic: Political Unrest Is the Leading Cause of Internet Shutdowns | Statista

Nel 2025 registrate 81 nuove restrizioni

Secondo l’Internet Shutdown Tracker di Surfshark, nel 2025 sono state registrate 81 nuove restrizioni a livello mondiale, contro le 63 del 2024. Si tratta del dato più alto degli ultimi quattro anni, superiore anche ai 76 casi del 2023. All’inizio del 2025 risultavano inoltre 47 restrizioni già in corso, segnale di una pressione che non si esaurisce nel singolo episodio ma tende a protrarsi nel tempo.

Infographic: How (Un)Free is the Internet? | Statista

Nel conteggio rientrano interventi diversi tra loro, ma accomunati dallo stesso obiettivo: limitare la circolazione delle informazioni. Si va dal blocco di siti web alle restrizioni su social network e servizi di messaggistica, fino agli shutdown regionali o nazionali della connessione. Sono misure temporanee in molti casi, ma con un impatto concreto sulla possibilità di informarsi, comunicare e organizzarsi online.

Asia e Africa restano le aree più colpite

La distribuzione geografica conferma una forte concentrazione in Asia e Africa. Nel 2025 i governi di dieci Paesi asiatici hanno introdotto 56 nuove restrizioni, mentre otto Paesi africani hanno totalizzato altri 20 casi. Questo significa che la larga maggioranza degli episodi censiti si colloca in due aree dove la rete continua a essere trattata anche come uno spazio da controllare politicamente. Tra i singoli Stati, l’India risulta ancora una volta il Paese con il numero più alto di incidenti, con 24 restrizioni nel corso del 2025. Più indietro compaiono anche Iraq, Afghanistan e Iran, dove le autorità hanno più volte limitato o sospeso l’accesso a Internet in fasi di tensione politica o di protesta.

La causa principale è il dissenso politico

Il dato forse più rilevante riguarda però le motivazioni. Nel 2025, secondo Surfshark, il disordine politico e l’instabilità interna hanno rappresentato il principale fattore scatenante delle restrizioni. Il grafico diffuso da Statista mostra che proprio le situazioni di tensione politica hanno portato a 25 shutdown regionali, 16 shutdown nazionali e 10 blocchi di piattaforme social.

Infographic: Web Censorship Cases Rebound in 2025 | Statista

Anche le proteste hanno avuto un peso importante. In questi casi le autorità hanno imposto 13 interruzioni regionali e 3 blocchi dei social media. Le elezioni hanno costituito un altro momento sensibile: nel 2025 si contano 6 shutdown nazionali e 5 blocchi di piattaforme collegati a consultazioni elettorali o a fasi politiche particolarmente delicate.

Il quadro suggerisce che Internet, in molti contesti, continui a essere considerato non solo un’infrastruttura tecnica, ma un terreno di gestione del consenso. Quando aumenta la conflittualità pubblica, cresce anche la tentazione di interrompere connessioni, limitare app e frenare la diffusione di contenuti.

Social network e messaggistica tra i bersagli più frequenti

Tra i servizi più spesso colpiti compaiono Telegram, Facebook, YouTube e Instagram. Non è un dettaglio secondario: sono piattaforme centrali nella circolazione delle notizie, nella mobilitazione civile e nella diffusione in tempo reale di immagini e testimonianze. Colpire questi canali significa ridurre in modo rapido la visibilità pubblica di proteste, contestazioni o eventi politicamente sensibili.

In alcuni casi le restrizioni sono arrivate in concomitanza con appuntamenti istituzionali. Cameroon e Tanzania hanno adottato shutdown o blocchi di piattaforme durante fasi elettorali, mentre in Venezuela è stato registrato un blocco temporaneo di Telegram durante l’insediamento del presidente Nicolás Maduro nel gennaio 2025.

Freedom House: solo 18 Paesi possono dirsi davvero liberi online

A questo quadro si affianca quello di Freedom House, che nel rapporto Freedom on the Net 2025 sostiene che solo 18 Paesi possano essere considerati realmente liberi sul piano della libertà online. Su 72 Paesi analizzati, 32 rientrano nella categoria “partly free”, mentre le condizioni sono peggiorate in 28 Paesi nel solo ultimo anno di osservazione.

Il rapporto indica Cina e Myanmar in fondo alla classifica, con appena 9 punti su 100, mentre Islanda ed Estonia figurano tra i Paesi con il livello più elevato di libertà in rete, sopra quota 90. Gli Stati Uniti si fermano a 73 punti, dietro a Francia e Germania, ma anche a realtà come Cile, Costa Rica e Taiwan.

Freedom House aggiunge due indicatori che aiutano a capire la portata del fenomeno: tra i 5,5 miliardi di persone con accesso a Internet, il 70% vive in Paesi dove individui sono stati attaccati o uccisi per la propria attività online, mentre il 61% si trova in contesti dove l’accesso ai social media è stato limitato in modo temporaneo o permanente.

Un’infrastruttura sempre più politica

Il dato che emerge dall’incrocio tra Surfshark e Freedom House è netto: la censura digitale non rappresenta più un’eccezione confinata a pochi regimi, ma uno strumento ormai consolidato in molte aree del mondo. Cambiano le forme, dai blackout di rete ai blocchi selettivi delle piattaforme, ma resta costante la funzione politica della misura: controllare la comunicazione pubblica nei momenti di crisi. (Surfshark)

Nel 2025 la crescita dei casi registrati e il deterioramento della libertà online confermano dunque una tendenza più ampia. Internet continua a restare uno spazio globale, ma sempre meno uniforme dal punto di vista dei diritti. E proprio per questo il 12 marzo non ha solo un valore simbolico: serve a ricordare che accesso alla rete, libertà di espressione e tutela dei diritti digitali restano sempre più intrecciati.

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