Alcune vittime degli abusi di Jeffrey Epstein hanno depositato il 26 marzo 2026 una class action presso il tribunale federale del Northern District of California contro gli Stati Uniti e Google. La causa sostiene che il Department of Justice abbia diffuso senza adeguati omissis informazioni identificative di circa 100 vittime nei rilasci documentali relativi ai file Epstein tra fine 2025 e inizio 2026, e che Google abbia poi continuato a indicizzare e ripubblicare quei dati nei risultati di ricerca e nelle risposte generate da AI Mode.
Secondo il ricorso, i materiali pubblicati dal governo avrebbero incluso, a seconda dei casi, nomi completi, numeri di telefono, indirizzi email, città di residenza, occupazioni e immagini fotografiche delle vittime. L’azione legale sostiene che tali dati fossero contenuti in sistemi di record soggetti alle tutele del Privacy Act del 1974, e che la loro diffusione sia avvenuta senza consenso e senza una base legale idonea.
L’atto afferma che il rilascio dei documenti si è svolto tra il 19 dicembre 2025 e il 30 gennaio 2026, nell’ambito dell’Epstein Files Transparency Act, di richieste FOIA e di pressioni congressuali. Dopo il rilascio del 30 gennaio, il governo avrebbe riconosciuto la pubblicazione di migliaia di pagine non correttamente oscurate. In seguito, secondo quanto riportato nella causa, il Dipartimento di Giustizia ha ritirato almeno 9.500 documenti dall’accesso pubblico, ma parte delle informazioni sarebbe rimasta reperibile online tramite terze parti.
Uno dei punti centrali del procedimento riguarda proprio Google. La querela sostiene che, dopo avere indicizzato i materiali, il motore di ricerca e in particolare Google AI Mode abbiano continuato a mostrare dati personali delle vittime in risposta a query che associavano i loro nomi a termini come “Epstein”, “victim” o “survivor”. In un esempio riportato nell’atto, il sistema avrebbe persino mostrato l’indirizzo email della querelante, con un collegamento ipertestuale che avrebbe reso possibile contattarla direttamente.
La ricorrente sostiene di avere inviato, anche tramite i propri legali, più segnalazioni a Google tra febbraio e marzo 2026, indicando gli URL contestati e chiedendo la rimozione dei contenuti. Nonostante questo, secondo la denuncia, i materiali sarebbero rimasti accessibili nei risultati di ricerca, nelle cache e nei contenuti generati dall’intelligenza artificiale.
Sul piano giuridico, la causa chiama in causa gli Stati Uniti per presunta violazione del Privacy Act, mentre nei confronti di Google vengono formulate contestazioni basate sul diritto californiano, tra cui concorrenza sleale, violazione della privacy, negligenza e negligent infliction of emotional distress. La class action chiede sia danni economici sia un’ingiunzione che obblighi Google a rimuovere, de-indicizzare e smettere di mostrare i dati personali delle vittime. Per la parte rivolta al governo, il ricorso chiede anche il minimo statutario di 1.000 dollari per ciascun membro della classe, oltre alle altre somme che il tribunale potrà stabilire.
Nel ricorso si sostiene inoltre che la scelta del Dipartimento di Giustizia abbia privilegiato la rapidità e l’ampiezza della pubblicazione rispetto alla tutela delle sopravvissute. Si tratta però, allo stato, di accuse contenute nell’atto introduttivo e ancora da verificare nel contraddittorio processuale. Anche le affermazioni secondo cui Google avrebbe avuto i mezzi tecnici per limitare la diffusione dei dati e non li avrebbe usati fanno parte della tesi della parte attrice.
La vicenda ha già trovato spazio nella stampa giudiziaria statunitense. Courthouse News ha riportato che l’azione collettiva è stata presentata il 26 marzo e che le attrici contestano la rivelazione e la successiva ripubblicazione di informazioni personali delle sopravvissute. Bloomberg Law ha riferito che, al momento della pubblicazione, i portavoce del Department of Justice e di Google non avevano risposto alle richieste di commento.



























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