Nel 2026 l’Unione Europea inaugura una nuova fase nella regolazione dell’intelligenza artificiale. Con l’entrata in vigore dell’AI Act, la prima normativa al mondo dedicata in modo organico all’IA, le imprese che utilizzano sistemi intelligenti nei processi operativi dovranno dimostrare come vengono prese le decisioni e chi ne detiene la responsabilità finale. Non basterà più dimostrare che un algoritmo funziona o che produce risultati efficienti. Le aziende saranno chiamate a spiegare il percorso che conduce da un dato a una scelta operativa, rendendo il contributo dell’intelligenza artificiale comprensibile, documentabile e sottoposto a supervisione umana.
Cosa cambia nei processi aziendali
Il cambiamento riguarda ambiti già centrali nella gestione quotidiana delle imprese: previsione delle vendite, pianificazione della produzione, gestione delle scorte, organizzazione dei flussi logistici. In questi contesti l’IA analizza grandi volumi di dati e formula raccomandazioni che incidono direttamente su investimenti, approvvigionamenti e organizzazione del lavoro. Con l’AI Act, l’attenzione si sposta dalla sola performance del sistema alla sua spiegabilità. Le imprese dovranno essere in grado di ricostruire il processo decisionale, identificare le regole applicate, documentare i dati utilizzati e garantire che una persona mantenga la responsabilità ultima delle scelte. Il principio è quello della supervisione costante, il cosiddetto human-in-the-loop.
Un’adozione ancora disomogenea
Il nuovo quadro normativo interviene in una fase in cui l’adozione dell’IA non è ancora uniforme. Secondo il report Radar IA dell’Università LIUC, che ha coinvolto oltre 600 imprese della logistica e della supply chain, solo tre aziende su dieci utilizzano oggi soluzioni di intelligenza artificiale, spesso in modo parziale o sperimentale. Il dato segnala una crescita in atto, ma anche l’assenza di criteri strutturati di controllo e tracciabilità. In molti casi l’IA viene integrata come supporto tecnico senza un modello formale di governance che consenta di spiegare in modo dettagliato il percorso che porta alla decisione finale.
Il caso REMIRA e la governance dei processi decisionali
In questo contesto si inserisce l’esperienza di REMIRA, gruppo internazionale di origine tedesca con sede italiana a Scandicci, specializzato in software per la gestione della supply chain. Le soluzioni sviluppate dall’azienda supportano attività come pianificazione, gestione delle scorte e controllo qualità, integrando l’intelligenza artificiale nei flussi operativi. L’approccio non si limita all’introduzione di modelli predittivi. Si basa su un sistema strutturato di governance dei processi decisionali, con regole, responsabilità e controlli formalizzati. L’IA opera all’interno di workflow definiti, con passaggi di verifica e ruoli assegnati in modo chiaro. Ogni raccomandazione viene collegata ai dati di origine, alle regole applicate e al contesto operativo.
Il modello viene applicato in ambiti come la pianificazione della domanda e della produzione, la gestione del rischio fornitori, il controllo qualità delle materie prime e la tracciabilità lungo la filiera. In quest’ultimo caso entra in gioco anche il Digital Product Passport, strumento che consente di raccogliere e rendere consultabili le informazioni essenziali relative al ciclo di vita di un prodotto. Secondo Matteo Sgatti, Regional Sales Manager di REMIRA Italia, l’AI Act formalizza una necessità già percepita dalle imprese: poter spiegare come una decisione viene presa quando interviene l’intelligenza artificiale. Il valore dell’IA, sottolinea, consiste nel supportare chi decide attraverso analisi e scenari, mantenendo però alle persone il controllo finale. L’obiettivo non è automatizzare le scelte, ma renderle tracciabili, verificabili e governabili nel tempo, soprattutto nei processi più critici della supply chain.




























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