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Un quaderno aperto con appunti scritti a mano accanto a un portatile e ad alcuni libri su una scrivania illuminata da una lampada
Immagine generata con l'intelligenza artificiale.

AI e pensiero critico: il rischio di delegare tutto ai chatbot


Un chatbot può preparare una risposta in pochi secondi. Il passaggio più delicato resta capire se quella risposta meriti fiducia. È il tema al centro dell’intervista pubblicata da UN News il 29 ottobre 2026 a David Rock, cofondatore e amministratore delegato del NeuroLeadership Institute, tra i relatori di UN Skills Fest 2026. Il suo avvertimento riguarda il confine tra il supporto dell’intelligenza artificiale e la rinuncia al proprio giudizio.

Il contributo non presenta una nuova ricerca sperimentale sui danni dei chatbot. Propone una lettura dei cambiamenti nel lavoro e nelle relazioni, con una domanda concreta: quali attività conviene affidare a un sistema automatico e quali richiedono ancora un esame personale?

Il rischio della delega al chatbot

Secondo Rock, l’AI può liberare tempo dalle operazioni ripetitive, ma può anche favorire un’abitudine diversa: trasferire al software analisi e valutazioni che richiederebbero uno sforzo mentale. Il problema, nella sua interpretazione, emerge quando l’utente smette di esercitare la capacità di distinguere tra una proposta valida e una risposta soltanto plausibile.

La distinzione ha conseguenze pratiche. Chiedere una prima bozza di un documento lascia spazio alla verifica dei contenuti. Accettarla senza controlli trasferisce al modello anche la scelta di quali informazioni considerare rilevanti. La velocità di produzione non certifica l’attendibilità: un testo ordinato può contenere errori, omissioni o presupposti che il lettore non condivide.

Quaderno con appunti, libri e portatile su una scrivania
Immagine illustrativa: il controllo dei contenuti resta un passaggio distinto dalla loro produzione.

L’attenzione sotto pressione

L’intervista collega questo rischio al sovraccarico informativo. Messaggi, notifiche e documenti competono già per il tempo delle persone; i riassunti automatici possono ridurre il lavoro di lettura, ma aumentano anche la quantità di materiale che un’organizzazione riesce a distribuire. Per Rock, le aziende devono tenere conto dei limiti dell’attenzione umana.

Si tratta di una valutazione sull’organizzazione del lavoro, non della dimostrazione che ogni impiego dell’AI riduca le capacità cognitive. Per attribuire effetti specifici servono dati sul compito svolto, sulle modalità d’uso e sulla durata dell’esposizione. Anche la formazione conta: saper formulare una richiesta non coincide con saper verificare la risposta.

Chatbot e solitudine: cosa dice la ricerca

Un altro passaggio dell’intervista riguarda i chatbot usati come interlocutori personali. Su questo tema, la ricerca presentata nel marzo 2025 da MIT Media Lab e OpenAI offre un quadro articolato. Il progetto comprendeva un’analisi osservazionale e un esperimento di quattro settimane con quasi mille partecipanti.

Gli autori hanno rilevato associazioni tra uso quotidiano prolungato ed esiti peggiori su alcune misure di benessere. Hanno però precisato che tali correlazioni non stabiliscono da sole un rapporto di causa ed effetto. Le caratteristiche personali, il tipo di conversazione e le modalità di interazione influivano sui risultati. Il coinvolgimento emotivo risultava inoltre raro nella maggior parte delle conversazioni analizzate sulla piattaforma.

La presentazione originale segnalava limiti precisi: risultati allora privi di revisione tra pari, dati in parte autodichiarati e osservazioni circoscritte alla piattaforma studiata. Non sarebbe quindi corretto trasformare questi elementi nella formula generale secondo cui parlare con un’AI provoca solitudine.

La metacognizione come competenza

Rock indica nella metacognizione, cioè nella capacità di esaminare il proprio ragionamento, una competenza da coltivare. Nel suo approccio, la persona mantiene la direzione del lavoro e usa il modello per mettere alla prova ipotesi e prospettive.

Un’applicazione concreta consiste nel chiedere al chatbot quali elementi potrebbero smentire una risposta, per poi controllarli su fonti accessibili. Il modello può suggerire obiezioni; la verifica richiede comunque documenti reali e un esame della loro qualità. È un tema vicino a quello della disinformazione nell’infanzia connessa, dove la disponibilità di informazioni richiede strumenti per valutarle.

Fonti: UN News, intervista a David Rock del 29 ottobre 2026; MIT Media Lab e OpenAI, ricerca sull’uso affettivo dei chatbot.

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