Nel 2025 l’intelligenza artificiale è diventata parte integrante della vita quotidiana. I dati pubblicati da KPMG ed EY mostrano però che questa accelerazione sta avendo un impatto rilevante sul benessere mentale delle persone. L’uso dell’IA cresce, ma aumentano anche stress, sovraccarico cognitivo e preoccupazioni per il futuro lavorativo. I clinici parlano ormai di un rischio concreto di crisi della salute mentale se non verranno introdotte norme e percorsi formativi più chiari.
KPMG stima che il 66% delle persone utilizzi regolarmente l’IA, mentre secondo l’EY AI Survey 2025, nei luoghi di lavoro la tecnologia ha reso le attività più complesse. Il 64% dei dipendenti dichiara che la mole di strumenti basati sull’intelligenza artificiale introdotti negli ultimi mesi genera confusione e appesantisce i carichi di lavoro. Solo la metà dei lavoratori ha ricevuto una formazione adeguata o indicazioni chiare sull’uso degli strumenti, un fattore che aumenta l’incertezza e rende l’adattamento più faticoso.
La psichiatra Hannah Nearney, direttrice medica UK di Flow Neuroscience, osserva che la continua necessità di aggiornarsi porta a uno stato di “adattamento permanente”, con stress che tende a cronicizzarsi. Questo scenario, unito alla pressione per mantenere livelli di produttività elevati, può evolvere in burnout, ansia e depressione. A influire è anche il timore per il futuro professionale: più della metà dei lavoratori intervistati da EY teme la perdita del proprio impiego a causa dei progressi dell’IA.
Il medico Kultar Singh Garcha, Chief Medical Officer di Flow Neuroscience, sottolinea che la preoccupazione di diventare rapidamente obsoleti spinge molte persone in una condizione di allerta costante. Un meccanismo che incide sul benessere mentale almeno quanto l’aumento delle richieste legate all’uso delle nuove tecnologie.
Le ricerche mostrano inoltre un crescente disagio legato alla scarsa regolamentazione dell’IA. Il 70% delle persone ritiene necessarie norme più rigorose, mentre meno della metà considera adeguate le regole attuali. Tra le paure più diffuse emergono la gestione dei dati personali, la sicurezza delle informazioni e la riduzione delle relazioni umane. Nearney spiega che accade sempre più spesso che i pazienti si rivolgano ai chatbot per capire come sentirsi o cosa fare, rinunciando al confronto con altre persone.
Nonostante l’aumento dello stress, Millennial e Gen Z risultano più attivi nel cercare strumenti per gestire la pressione quotidiana. Il Deloitte Future of Wellness 2025 indica un interesse crescente verso soluzioni che aiutano a prevenire ansia e depressione legate all’uso dell’IA, incluse tecnologie per la stimolazione cerebrale non invasiva.
Proprio in questo ambito opera Flow Neuroscience, che dal 2019 propone un dispositivo domestico basato sulla stimolazione transcranica a corrente diretta (tDCS) per trattare la depressione. Il sistema ha ottenuto autorizzazioni in Europa, Regno Unito e Australia. Una ricerca pubblicata su Nature Medicine ha evidenziato una riduzione dei sintomi depressivi in oltre il 70% dei pazienti trattati. La tecnologia mira ad agire sulle aree cerebrali coinvolte nella regolazione dell’umore e può risultare utile anche nei casi di ansia o stress legati al sovraccarico digitale.
Nearney ricorda che esistono molte modalità per mitigare la pressione indotta dall’IA, come tecniche di rilassamento, attività fisica e supporto psicologico. Occorrono però anche interventi strutturali: formazione adeguata, regole più chiare nei luoghi di lavoro e un quadro normativo nazionale che ponga il benessere delle persone al centro. Secondo i clinici, il modo in cui l’IA viene integrata nelle vite di milioni di persone determinerà la qualità del lavoro e della salute mentale nei prossimi anni. Il presupposto, spiegano, è che l’intelligenza artificiale dovrebbe facilitare i processi quotidiani, non aumentarne la complessità.





























Lascia un commento