Spiare WhatsApp è reato: la Cassazione conferma, si rischiano fino a 10 anni di carcere

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha ribadito un principio ormai fondamentale nella giurisprudenza digitale: accedere senza autorizzazione a un account WhatsApp altrui costituisce reato. Il caso riguardava un uomo che aveva estratto messaggi e registri chiamate dai telefoni della ex moglie, nel tentativo di utilizzarli come prova in una causa di separazione. La Corte ha respinto il suo ricorso, confermando la condanna già emessa in appello.

WhatsApp come sistema informatico

Secondo i giudici, l’applicazione WhatsApp va considerata a tutti gli effetti un sistema informatico. Il fatto che funzioni tramite software, hardware e rete per trasmettere dati fra utenti è sufficiente per applicare l’articolo 615-ter del Codice penale, che punisce l’accesso abusivo a un sistema informatico o telematico. L’accesso non autorizzato comporta pene che possono arrivare fino a dieci anni di reclusione, aggravate in presenza di protezioni come password o PIN.

Il caso: messaggi copiati e usati in sede legale

L’uomo, già accusato di violenza privata per comportamenti ossessivi nei confronti della moglie, era tornato sotto indagine nel 2022 dopo aver sottratto dati da un cellulare aziendale che la donna aveva smarrito. Aveva estratto screenshot di messaggi e registri chiamate, consegnandoli al proprio legale per l’uso nel procedimento civile. Alcuni di questi messaggi provenivano anche da un secondo telefono ancora in uso da parte della donna e protetto da password. Per la Cassazione, ciò costituisce una violazione diretta della sfera privata, anche se l’intento era produrre prove in un processo.

Il consenso non elimina il reato

Particolarmente rilevante è un passaggio della sentenza in cui la Corte sottolinea che il consenso all’accesso non è illimitato né assoluto. Anche se il proprietario del telefono fornisce la password a una terza persona, ciò non implica un’autorizzazione permanente o generale a consultare qualsiasi dato o messaggio. Una volta superato il limite implicito o temporale di quel consenso, ogni ulteriore accesso può essere considerato penalmente rilevante.

Un messaggio chiaro sulla privacy digitale

La pronuncia della Cassazione offre un chiaro orientamento anche per chi, spinto da gelosia o desiderio di controllo, pensa di poter legittimamente accedere ai contenuti digitali altrui. L’invasione di account personali come WhatsApp non è solo una violazione etica, ma può costare caro anche sul piano penale. La giustizia italiana, con questa sentenza, chiarisce che la protezione della privacy digitale ha pieno valore giuridico e va difesa con gli strumenti del diritto penale.

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