Riassunto aggiornato
L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) ha inflitto a Cloudflare una sanzione superiore ai 14 milioni di euro per non aver rispettato le norme nazionali contro la pirateria online. La società è stata punita per la mancata esecuzione di un ordine che imponeva di disabilitare la risoluzione DNS e l'instradamento del traffico verso siti che diffondevano contenuti illeciti. Nonostante le segnalazioni effettuate tramite la piattaforma Piracy Shield, Cloudflare non avrebbe adottato alcuna misura tecnologica o organizzativa per impedire l'accesso a tali risorse, portando l'azienda a presentare un ricorso contro le decisioni dell'Autorità (Libero). La multa è stata calcolata applicando l'1% del fatturato globale dell'azienda, in conformità con quanto previsto dalla Legge 93/2023. Il provvedimento sottolinea la responsabilità dei fornitori di servizi infrastrutturali nel contrasto alla diffusione abusiva di opere protette dal diritto d'autore. Si tratta di una delle sanzioni più rilevanti mai comminate in Italia in questo ambito, stabilendo un precedente significativo per l'intero ecosistema digitale nel contesto della complessa disputa legale tra il fornitore di servizi e il sistema Piracy Shield (Libero).
Il Consiglio dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha irrogato una sanzione di oltre 14 milioni di euro nei confronti di Cloudflare per inottemperanza a un ordine dell’Autorità in materia di contrasto alla pirateria online. La decisione, assunta nella seduta del 29 dicembre 2025 con il voto contrario della Commissaria Elisa Giomi, è stata notificata l’8 gennaio 2026 e formalizzata con la delibera n. 333/25/CONS. Il procedimento trae origine dalla mancata esecuzione dell’ordine impartito con la delibera n. 49/25/CONS del 18 febbraio 2025, adottata in attuazione della Legge antipirateria 93/2023.
L’ordine Agcom e il ruolo di Cloudflare
L’Autorità aveva richiesto a Cloudflare, in qualità di fornitore di servizi della società dell’informazione coinvolto nell’accessibilità di contenuti diffusi illecitamente, di disabilitare la risoluzione DNS dei nomi di dominio e l’instradamento del traffico di rete verso indirizzi IP segnalati dai titolari dei diritti tramite la piattaforma Piracy Shield. In alternativa, la società avrebbe dovuto adottare misure tecnologiche e organizzative idonee a rendere non fruibili tali contenuti agli utenti finali.
Secondo quanto accertato dall’Agcom, anche dopo la notifica dell’ordine Cloudflare non ha adottato alcuna misura per contrastare l’uso dei propri servizi nella diffusione di opere tutelate in modo illecito, configurando una violazione perdurante della normativa antipirateria e delle relative disposizioni attuative.
La base normativa e il calcolo della sanzione
La disciplina di riferimento prevede, in caso di inottemperanza a ordini impartiti dall’Autorità nell’esercizio delle funzioni di tutela del diritto d’autore, una sanzione fino al 2% del fatturato realizzato nell’ultimo esercizio chiuso prima della contestazione.
Nel caso di Cloudflare, l’Agcom ha applicato una sanzione pari all’1% del fatturato globale, arrivando a un importo superiore ai 14 milioni di euro.
Si tratta di una delle prime sanzioni pecuniarie di rilievo comminate in Italia nell’ambito dell’applicazione della normativa sul diritto d’autore online.
Un precedente rilevante per l’ecosistema digitale
Il provvedimento assume particolare rilievo per il ruolo ricoperto da Cloudflare nell’infrastruttura della rete. Secondo l’Autorità, una quota molto elevata dei siti oggetto di blocco in applicazione del regolamento sulla tutela del diritto d’autore online utilizza i servizi della società per la diffusione abusiva di contenuti protetti.
Con questa decisione, l’Agcom ribadisce l’impianto della legge antipirateria, che ha ampliato in modo esplicito il perimetro dei soggetti obbligati a collaborare nel contrasto agli atti di pirateria. Gli obblighi riguardano tutti i fornitori di servizi della società dell’informazione coinvolti, a qualsiasi titolo, nell’accessibilità di siti o servizi illegali, inclusi fornitori di VPN, servizi DNS pubblicamente disponibili e gestori di motori di ricerca, indipendentemente dal luogo di stabilimento.
I numeri di Piracy Shield
Dalla sua entrata in funzione, nel febbraio 2024, la piattaforma Piracy Shield ha consentito la disabilitazione di oltre 65 mila FQDN e circa 14 mila indirizzi IP destinati alla fruizione di contenuti illeciti. Un dato che, nelle valutazioni dell’Autorità, conferma la centralità degli intermediari tecnici nel sistema di enforcement delineato dalla normativa antipirateria italiana.


























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