Un raro rapporto tecnico mostra strumenti e procedure usati dalla polizia cinese per individuare wallet, seed phrase e fondi illeciti. Ma il vero nodo resta un altro: come gestire asset che Pechino vieta nel mercato finanziario, ma che deve comunque confiscare quando diventano provento di reato.
La Cina ha escluso le criptovalute dal proprio sistema finanziario, ma la polizia deve comunque saperle cercare, seguire e sequestrare. È questo il paradosso emerso da un raro rapporto tecnico pubblicato sulla rivista cinese Forensic Science and Technology e ripreso dal South China Morning Post: da una parte Bitcoin, Ethereum e stablecoin non possono circolare come valuta nel Paese; dall’altra, truffe, riciclaggio, gioco d’azzardo illegale e frodi online continuano a usare asset digitali per spostare denaro fuori dai circuiti bancari tradizionali.
Il documento, attribuito a ricercatori e funzionari collegati all’Ufficio di Pubblica Sicurezza di Wenzhou e al Dipartimento di Pubblica Sicurezza dello Zhejiang, offre una fotografia insolita delle procedure investigative cinesi. Il percorso descritto parte dai dispositivi sequestrati, passa dall’analisi delle blockchain pubbliche e arriva al congelamento o al trasferimento dei fondi verso wallet sotto controllo delle autorità.
Il tema non riguarda solo la tecnologia. Tocca anche un problema giuridico ancora aperto: se una criptovaluta non ha corso legale e le attività di scambio sono vietate, in che modo può essere trattata come bene da sequestrare, custodire e vendere?
Le criptovalute sono vietate, ma non spariscono
Nel febbraio 2026 otto autorità cinesi, tra cui banca centrale, ministero della Pubblica Sicurezza, autorità di vigilanza finanziaria e commissione titoli, hanno pubblicato un nuovo avviso nazionale sui rischi legati a criptovalute, stablecoin e tokenizzazione di asset reali. Il testo ribadisce che Bitcoin, Ether e Tether non hanno lo stesso status della moneta legale, non possono circolare come valuta e che le attività commerciali connesse alle criptovalute costituiscono attività finanziarie illegali nel territorio cinese.
La formulazione, però, va letta con attenzione. La Cina vieta il trading, l’intermediazione, l’emissione di token, i servizi di cambio, i prodotti finanziari collegati alle criptovalute e l’offerta di servizi da parte di operatori esteri verso soggetti nel territorio cinese. Questo non significa che ogni singolo possesso di una chiave privata venga trattato sempre come reato autonomo.
È una distinzione decisiva. Nel caso in cui Bitcoin o USDT rappresentino il provento di una frode, la polizia non può ignorarli solo perché il mercato crypto è vietato. Deve riconoscerli come valore economico, ricostruirne il percorso e impedire che restino nella disponibilità del sospettato.
Il risultato è una zona grigia: Pechino combatte il mercato delle criptovalute, ma gli investigatori devono trattarle come oggetti patrimoniali quando compaiono in un fascicolo penale.
Il primo punto debole resta il dispositivo
Per capire come funziona l’indagine, bisogna partire da un dettaglio spesso sottovalutato: la blockchain mostra le transazioni, ma non dice sempre chi controlla un indirizzo.
Per questo telefono, computer, hard disk e hardware wallet restano fondamentali. Gli investigatori cercano seed phrase, chiavi private, indirizzi pubblici, hash di transazione, screenshot, codici QR, note salvate sul telefono, file di testo, messaggi su app di chat e qualsiasi traccia che possa collegare un wallet a una persona.
Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, il rapporto cita strumenti come FileLocator, Forensics Master di Meiya Pico, Pinghang PF5200, Pinghang X501 e Xinghuo. La funzione comune è chiara: analizzare grandi quantità di dati e isolare stringhe o sequenze compatibili con wallet e credenziali crypto.
Meiya Pico, azienda cinese specializzata in digital forensics, descrive Forensics Master come una piattaforma per analisi di computer, recupero di file cancellati, verifica degli hash, esame di e-mail, messaggi, cronologie e dati di sistema.
Il rapporto citato dallo SCMP aggiunge un elemento più specifico: gli strumenti possono cercare sequenze simili a frasi mnemoniche, ad esempio dodici parole inglesi consecutive. I sistemi più avanzati analizzano anche immagini e screenshot, con l’obiettivo di trovare seed phrase fotografate o codici QR nascosti negli album del telefono.
La seed phrase è la vera cassaforte
Per molti utenti, la chiave del wallet non è una stringa incomprensibile, ma una lista di parole. Lo standard BIP-39 descrive una frase mnemonica che serve a generare un seed, dal quale il wallet può derivare più indirizzi e più chiavi. Le lunghezze previste sono 12, 15, 18, 21 o 24 parole.
Questo spiega perché gli investigatori cercano parole apparentemente comuni. Una frase come “apple dog river sky” non ha nulla di sospetto in sé, ma una sequenza corretta di parole tratte dal dizionario BIP-39 può aprire l’accesso a un intero portafoglio.
Il controllo, però, non è automatico. Una seed phrase valida deve rispettare checksum e ordine esatto. Inoltre, molti wallet permettono una passphrase aggiuntiva. In quel caso la frase mnemonica da sola può non bastare: ogni passphrase genera un wallet valido, ma solo quella corretta mostra i fondi reali. Lo standard BIP-39 definisce questa caratteristica una forma di “plausible deniability”.
È uno dei limiti più importanti dell’indagine forense. La polizia può trovare dodici o ventiquattro parole corrette e aprire comunque un wallet vuoto, se manca la passphrase scelta dal proprietario.
Cold wallet e wallet di sola lettura
Il rapporto dedica attenzione anche ai cold wallet e ai cosiddetti watch wallet. La distinzione è centrale.
Un cold wallet non è per forza una “chiavetta USB”. Può essere un hardware wallet, un computer isolato dalla rete, una scheda dedicata, una copia cartacea della seed phrase o una lastra metallica usata per conservare le parole di recupero. Il punto è che la chiave privata resta fuori da un dispositivo sempre connesso.
Un watch wallet, invece, permette di vedere saldi e movimenti, ma non può firmare transazioni. Se la polizia trova sul telefono del sospettato un’app che mostra i fondi ma richiede una firma offline, deve cercare il dispositivo o il supporto che contiene davvero la chiave.
È qui che la perquisizione fisica resta essenziale. La blockchain può mostrare dove sono i fondi, ma senza chiave privata non sempre esiste un modo per spostarli.
La blockchain è pubblica, ma gli indirizzi sono pseudonimi
Una volta trovato un indirizzo, gli investigatori possono ricostruire il percorso del denaro. Le blockchain pubbliche conservano movimenti, importi, orari, indirizzi di partenza e destinazione. Non mostrano però, in modo diretto, nome e cognome del titolare.
Il lavoro investigativo consiste quindi nel collegare indirizzi pseudonimi a identità reali. Gli indizi possono arrivare da account di exchange, dati KYC, indirizzi IP, dispositivi sequestrati, conti bancari, messaggi, e-mail e movimenti successivi.
Uno dei metodi citati dal rapporto riguarda le commissioni di rete. Un criminale può creare un nuovo wallet per ricevere fondi, ma deve procurarsi la valuta necessaria per pagare le fee: ETH su Ethereum, TRX su Tron, BNB su BNB Chain e così via. Se quei fondi arrivano da un exchange con verifica dell’identità, la polizia ottiene un possibile collegamento con una persona fisica.
Il tracciamento diventa più complesso quando i fondi passano da una blockchain all’altra, attraversano bridge, protocolli DeFi, token wrapped, exchange decentralizzati o mixer. In questi casi l’analisi non segue più una linea semplice, ma una rete di passaggi. Non sempre il risultato è una prova certa: spesso fornisce un’ipotesi tecnica che deve trovare conferma in altri elementi.
Mixer, bridge e smart contract: il punto debole dell’analisi
I mixer rappresentano una delle sfide principali. Questi servizi raccolgono fondi da più utenti e li redistribuiscono, con l’obiettivo di spezzare il collegamento tra indirizzo di ingresso e indirizzo di uscita.
Gli investigatori possono confrontare orari, importi, schemi ricorrenti e indirizzi usati in seguito. Possono anche cercare errori operativi, come fondi inviati a un exchange già collegato al sospettato. Tuttavia, queste tecniche non equivalgono a una prova matematica. Producono correlazioni, che vanno supportate con dati esterni.
Anche gli smart contract complicano il quadro, ma non sono tutti strumenti di occultamento. Molti gestiscono funzioni lecite: scambio di token, prestiti decentralizzati, liquidità, bridge o depositi. La difficoltà nasce dal numero di transazioni intermedie e dalla presenza di protocolli che non hanno una controparte centrale facilmente contattabile.
È il motivo per cui le piattaforme centralizzate restano un punto di rottura decisivo. Quando i fondi arrivano su Binance, OKX, HTX o su un altro exchange, la polizia può chiedere dati dell’account, documenti KYC e blocco dei prelievi, nei limiti della giurisdizione e della documentazione prodotta. Binance dichiara di mettere a disposizione un sistema per richieste governative e di richiedere ordini validi, warrant o provvedimenti equivalenti; OKX indica canali dedicati alle autorità e chiede documentazione specifica, inclusi indirizzi pubblici e ID delle transazioni.
Congelare non significa sempre la stessa cosa
Nel linguaggio comune si parla di “congelamento” delle criptovalute, ma la parola copre situazioni molto diverse.
Se i fondi sono su un exchange, la piattaforma può bloccare l’account e impedire il prelievo. Se i fondi sono in un wallet autonomo, come un indirizzo Bitcoin controllato da una chiave privata, non esiste un pulsante centrale che li blocca. La polizia deve ottenere la chiave o trasferire i fondi verso un nuovo indirizzo controllato dalle autorità.
Diverso ancora è il caso delle stablecoin centralizzate. Tether, nei propri termini aggiornati al 26 febbraio 2026, prevede la possibilità di congelare token in presenza di obblighi di legge, violazioni dei termini o decisioni ritenute necessarie dalla società.
La distinzione è importante anche per il lettore non tecnico: Bitcoin non può essere congelato da una società centrale; USDT, in determinati casi, può subire il blocco da parte dell’emittente.
Non si cambia la chiave: si spostano i fondi
C’è poi una precisazione tecnica necessaria. Quando la polizia ottiene una seed phrase o una chiave privata, non “sostituisce” la chiave del wallet. Una chiave privata associata a un indirizzo non può essere modificata come una password di un account.
L’operazione corretta è un’altra: gli investigatori usano la chiave disponibile per firmare una transazione e trasferiscono i fondi verso un nuovo wallet sotto controllo istituzionale. Quel wallet può adottare una configurazione multifirma, così nessun singolo funzionario può muovere il denaro da solo.
Questa procedura apre un altro problema: la custodia. Chi conserva le nuove chiavi? Come vengono protette? Chi può firmare una transazione? Dove sono i backup? Che cosa accade se il valore crolla o aumenta prima della sentenza?
Il caso dei 107 Bitcoin
Un caso pubblicato dalla Procura suprema cinese aiuta a capire la parte pratica dell’indagine. Nel 2023 un uomo, indicato come Zhang, aiutò un conoscente a configurare un wallet per gestire 117 Bitcoin. Durante l’operazione memorizzò undici parole della seed phrase e la prima lettera della dodicesima. In seguito individuò la parola mancante, entrò nel wallet e trasferì 107 Bitcoin.
Secondo il resoconto della procura, gli investigatori analizzarono gli indirizzi IP collegati al wallet, ricostruirono il percorso delle transazioni e seguirono i fondi fino a un wallet intestato a un amico dell’imputato. La vendita avrebbe generato oltre 660.000 yuan, poi trasferiti su un conto bancario.
Il caso è rilevante per due motivi. Il primo è tecnico: la blockchain ha aiutato a ricostruire il percorso dei fondi, ma non ha fatto tutto da sola. Sono serviti analisi dei dispositivi, dati IP, piattaforme di cambio e movimenti bancari.
Il secondo è giuridico. La procura ha sostenuto che, pur senza status di moneta legale, Bitcoin possiede valore economico e può costituire oggetto di furto. Il tribunale ha condannato l’imputato a dieci anni e nove mesi di carcere, con multa di 100.000 yuan. L’appello è stato respinto nel novembre 2025.
Il problema più grande: che cosa fare dopo il sequestro
Il punto più delicato arriva dopo l’individuazione dei fondi. Reuters ha documentato nel 2025 che alcune amministrazioni locali cinesi avrebbero affidato a società private la vendita all’estero delle criptovalute sequestrate. Una società di Shenzhen, Jiafenxiang, avrebbe venduto asset digitali per oltre 3 miliardi di yuan per conto di amministrazioni locali; i proventi in dollari sarebbero poi stati convertiti in yuan e trasferiti agli uffici finanziari pubblici.
È qui che emerge la contraddizione più evidente. La Cina vieta il trading crypto sul proprio territorio, ma le autorità locali hanno bisogno di liquidare gli asset sequestrati. Secondo Reuters, giuristi e operatori del settore hanno evidenziato l’assenza di una procedura nazionale uniforme e il rischio di affidare a soggetti privati una fase economicamente rilevante.
La questione non è solo formale. Se una società esterna vende asset sequestrati, occorre stabilire chi la sceglie, quale commissione applica, su quale mercato opera, come viene fissato il prezzo e quali controlli impediscono conflitti d’interesse o perdite per vittime e imputati.
Un sequestro può anche fallire
Il rapporto tecnico mostra un apparato avanzato, ma non bisogna immaginare una polizia capace di aprire qualsiasi wallet. La crittografia, se usata correttamente, resta un ostacolo concreto.
Se la seed phrase non viene trovata, se la passphrase resta ignota, se il wallet è multisig o se le chiavi sono state divise fra più persone, il recupero può diventare impossibile. In altri casi, i fondi possono essere spostati prima del blocco o arrivare su protocolli privi di un intermediario centrale.
Il sequestro delle criptovalute dipende quindi da una combinazione di fattori: errori dell’utente, dati lasciati sui dispositivi, collaborazione degli exchange, tempi rapidi, analisi on-chain e procedure di custodia sicure.
La parte più importante del rapporto cinese, alla fine, non è la lista dei software. È il riconoscimento implicito di un fatto: anche uno Stato che vieta le criptovalute non può più permettersi di ignorarle. Se il denaro criminale passa da wallet, bridge, stablecoin e piattaforme offshore, le forze dell’ordine devono seguirlo lì.
Per la Cina resta aperta la domanda più complessa: come può uno Stato confiscare, custodire e vendere un bene digitale che non vuole riconoscere come parte legittima del proprio sistema finanziario?



























Lascia un commento