La discussione sulla possibile estensione dell’equo compenso per copia privata ai servizi cloud ha riacceso un dibattito che parte da lontano e che oggi tocca il cuore della digitalizzazione del Paese. Una bozza di decreto ministeriale del Ministero della Cultura prevede infatti di applicare il prelievo, storicamente legato a supporti fisici come CD o DVD, anche ai servizi di archiviazione remota. La prospettiva preoccupa non solo i provider ma anche le associazioni di categoria del settore ICT, che intravedono un freno concreto all’innovazione.
Da dove nasce l’equo compenso per copia privata
Il compenso per copia privata è stato introdotto in Italia negli anni Ottanta, come strumento di tutela per gli autori di opere protette dal diritto d’autore. L’idea era semplice: dal momento che la legge consente ai cittadini di fare una copia ad uso personale di un’opera acquistata legalmente, era necessario riconoscere un ristoro economico agli autori per la potenziale perdita di introiti.
Il meccanismo si è tradotto in una tassa applicata ai supporti fisici che potevano essere utilizzati per la duplicazione: cassette, CD, DVD, hard disk e, più recentemente, smartphone e altri dispositivi di archiviazione. Gli importi vengono raccolti dalla SIAE e redistribuiti agli aventi diritto.
L’estensione al cloud e le critiche
Il punto controverso riguarda l’ipotesi di estendere questo prelievo anche ai servizi di archiviazione online. Secondo la bozza di decreto, gli utenti che utilizzano il cloud per salvare dati o contenuti potrebbero essere soggetti a un contributo simile a quello già previsto per i dispositivi fisici.
Per AIIP (Associazione Italiana Internet Provider) e Assintel (Associazione Nazionale delle Imprese ICT di Confcommercio) questa logica è però distorta. Nel cloud non si tratta più di un supporto materiale ma di un servizio, spesso utilizzato da imprese e professionisti per backup, sicurezza, compliance e gestione dei dati. Inoltre, i server che ospitano tali servizi hanno già scontato il contributo al momento del loro acquisto. L’applicazione di una nuova tassa comporterebbe quindi, sostengono le associazioni, un doppio prelievo senza un reale legame con la finalità originaria della norma.
Impatto sulle imprese e sulla digitalizzazione
Il rischio maggiore riguarda le PMI, considerate la spina dorsale dell’economia italiana. Queste realtà si affidano sempre più al cloud per ridurre i costi di infrastruttura, scalare i servizi e adottare strumenti innovativi come l’intelligenza artificiale o l’analisi dei big data. Gravare questi strumenti di ulteriori oneri burocratici e finanziari, osservano le associazioni, significherebbe penalizzare la competitività delle aziende italiane e frenare i processi di digitalizzazione che l’Unione Europea e il PNRR spingono con forza.
Un punto particolarmente critico riguarda i servizi B2B, ossia quelli destinati al mondo delle imprese. Tassare questi utilizzi, sottolineano AIIP e Assintel, non ha alcun legame con la tutela degli autori e introduce un freno ingiustificato allo sviluppo economico.
Le posizioni ufficiali
Giuliano Claudio Peritore, presidente di AIIP, parla di “tassa occulta sull’innovazione” e chiede di stralciare i servizi cloud, soprattutto quelli B2B, dal decreto. Paola Generali, presidente di Assintel, aggiunge che il provvedimento contraddice le stesse strategie nazionali ed europee, imponendo un doppio prelievo a cittadini e imprese.
Le due associazioni hanno presentato le loro osservazioni ufficiali al Ministero della Cultura, chiedendo che la norma venga corretta prima dell’approvazione definitiva.
Il percorso legislativo
La bozza di decreto è ancora in fase di consultazione, e non è chiaro se il governo deciderà di recepire le osservazioni delle associazioni. Di certo, il dibattito tocca un punto sensibile: come bilanciare la tutela del diritto d’autore con la necessità di promuovere la trasformazione digitale del Paese. Un equilibrio che, a più di quarant’anni dall’introduzione dell’equo compenso, appare oggi più delicato che mai.



























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