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Bitcoin non è oro: lo dice la correlazione. E il profilo dell’investitore è tutt’altro che universale


Secondo una ricerca pubblicata da Statista e condotta dagli economisti Alexander Kriwoluzky e Christoph Schneider dell’istituto tedesco DIW Berlin, Bitcoin non può essere considerato un sostituto dell’oro nel portafoglio di un investitore, almeno alla luce dei dati osservati tra il 2015 e il 2025.

Correlazione con l’S&P 500: Bitcoin si muove insieme alle azioni

Il primo dato presentato da Statista riguarda la correlazione tra i rendimenti mensili di Bitcoin, oro, S&P 500 e titoli di Stato statunitensi. Secondo l’analisi, Bitcoin mostra una correlazione positiva di 0,33 con l’S&P 500, considerata statisticamente significativa. Per confronto, l’oro presenta una correlazione quasi nulla (-0,01), mentre i titoli governativi USA risultano leggermente negativi sia con Bitcoin (-0,09) sia con l’oro (-0,05).

In termini pratici, la correlazione è un indicatore statistico che misura il grado con cui due asset finanziari si muovono insieme. Il valore varia tra -1 e +1. Un valore positivo significa che i prezzi tendono a salire o scendere insieme; un valore vicino a zero indica assenza di relazione; un valore negativo segnala un movimento opposto. Se un asset è molto correlato con il mercato azionario (come Bitcoin con l’S&P 500), non offre protezione nei momenti di crisi, a differenza di un bene decorrelato o inversamente correlato, come in parte lo è ancora l’oro.

Gli autori della ricerca sottolineano quindi che, sulla base delle evidenze, Bitcoin non offre alcun vantaggio in termini di copertura da turbolenze di mercato, e non si comporta come un bene rifugio.

Inoltre, lo scarso legame tra oro e Bitcoin (correlazione di 0,04) suggerisce che i due strumenti non vengono utilizzati in modo intercambiabile dagli investitori, almeno nel decennio preso in esame.

Criptovalute e distribuzione della ricchezza: una proprietà concentrata

Un secondo grafico pubblicato da Statista, basato su dati Statista Consumer Insights, si concentra sulla distribuzione della proprietà di criptovalute negli Stati Uniti, nel periodo tra luglio 2024 e giugno 2025. L’indagine, condotta su un campione di 7.818 adulti, mostra che il possesso di criptovalute cresce in maniera marcata al crescere del reddito familiare.

Nel dettaglio:

  • tra le famiglie nel bottom 50% della distribuzione del reddito, l’11% possiede criptovalute;
  • tra quelle nel top 10%, la percentuale sale al 30%.

La media complessiva si attesta al 16% della popolazione adulta. Statista attribuisce questo squilibrio al fatto che le famiglie a più alto reddito non solo dispongono di maggior capitale da investire, ma tendono anche ad avere una maggiore tolleranza al rischio, caratteristica particolarmente rilevante per l’accesso a strumenti volatili come Bitcoin.

Il caso Strategy Inc.: accumulo di Bitcoin come asset aziendale

Un terzo grafico Statista presenta l’evoluzione della strategia di Strategy Inc. (ex MicroStrategy), che ha iniziato nel 2020 a convertire il proprio bilancio in Bitcoin, diventando nel tempo la principale tesoreria aziendale di BTC al mondo.

Al 29 luglio 2025, l’azienda possedeva 628.791 BTC, acquistati a un valore aggregato di 46,1 miliardi di dollari, oggi valutati 74,2 miliardi. Nello stesso periodo, il prezzo delle azioni della società è cresciuto del 3.151%, a partire dal momento in cui è stata adottata la strategia di accumulo (10 agosto 2020).

Secondo quanto riportato da Statista, la società ha finanziato gli acquisti di BitcBitcoin non è oro: lo dice la correlazione. E il profilo dell’investitore è tutt’altro che universaleoin tramite emissione di debito convertibile e vendita di azioni, creando un meccanismo di retroalimentazione positiva: l’aumento di prezzo del Bitcoin ha contribuito ad accrescere il valore di mercato dell’azienda, facilitando nuove raccolte di capitale.

Statista segnala anche che questo approccio comporta rischi elevati legati alla volatilità dell’asset detenuto e alla leva finanziaria utilizzata per sostenere l’operazione.

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