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Un avvocato di nome Mark Zuckerberg fa causa a Meta: “Mi trattano come un impostore”

Un curioso caso di omonimia è approdato in tribunale negli Stati Uniti. Mark S. Zuckerberg, avvocato specializzato in diritto fallimentare a Indianapolis, ha citato in giudizio Meta dopo che i suoi profili personali e professionali su Facebook sono stati ripetutamente disattivati con l’accusa di impersonare il fondatore della piattaforma.

L’avvocato, che condivide il nome con l’amministratore delegato del colosso di Menlo Park, combatte da oltre quindici anni con problemi di “scambio di identità” online. Nonostante il suo account fosse verificato, negli anni si è visto bloccare il profilo personale cinque volte. L’ultimo episodio, lo scorso maggio, ha colpito anche la pagina del suo studio legale, provocandogli una perdita di circa 11.000 dollari in fondi pubblicitari già versati a Meta.

La battaglia legale

Zuckerberg ha presentato martedì scorso una denuncia presso la Marion Superior Court, accusando l’azienda di negligenza e violazione di contratto. Secondo la ricostruzione, ogni volta che il suo account viene chiuso è costretto a un lungo iter di appello: invio di foto personali, documenti e carte di credito per dimostrare di essere reale e non un impostore.

“È offensivo che un’azienda che si presenta come all’avanguardia nella tecnologia non riesca a distinguere chi sono”, ha dichiarato al New York Post. “È come se lo facessero apposta, anche se probabilmente non è così. Ma la sensazione è quella.”

Meta prende tempo

Un portavoce di Meta ha confermato di aver ricevuto la denuncia e ha ammesso l’esistenza di “più di una persona al mondo con quel nome”, senza aggiungere ulteriori dettagli.

Nel frattempo, per l’avvocato l’omonimia è diventata una vera spina nel fianco. Se in alcuni casi ha avuto qualche vantaggio – come un tavolo prenotato più facilmente al ristorante – nella vita quotidiana gli ha causato equivoci e disagi: chiamate continue da utenti di Facebook in cerca di assistenza, pacchi recapitati per errore al suo studio, fino a una causa intentata per sbaglio dallo Stato di Washington nel 2020.

“Voglio che non succeda più”

Il legale chiede ora un risarcimento, il rimborso delle spese sostenute e un’ingiunzione che impedisca a Meta di sospendere nuovamente i suoi account senza motivo. Con un pizzico di ironia, ha aggiunto che il suo desiderio sarebbe vedere il vero Mark Zuckerberg arrivare a Indianapolis, porgergli un assegno e scusarsi di persona: “Ma so che non accadrà mai”.

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