La crisi della RAM è un tema che negli ultimi mesi ha iniziato a emergere con sempre maggiore frequenza nelle analisi di mercato e nelle comunicazioni degli operatori della filiera dei semiconduttori. Un problema che non riguarda solo i produttori, ma che rischia di avere effetti concreti su smartphone, computer portatili, PC desktop e server, con ricadute dirette su prezzi, disponibilità e cicli di aggiornamento dei dispositivi. Nel mondo consumer, la memoria RAM rappresenta uno dei componenti chiave per prestazioni, longevità e capacità di gestire software sempre più complessi. Quando la catena di approvvigionamento entra in tensione, le conseguenze non si limitano ai listini dei produttori, ma finiscono per riflettersi sull’intero ecosistema tecnologico.
Cos’è la crisi RAM e perché se ne parla
Con l’espressione crisi RAM si fa riferimento a una combinazione di fattori che sta riducendo l’equilibrio tra domanda e offerta di memorie DRAM e NAND. Dopo un lungo periodo di sovrapproduzione, che aveva portato a un crollo dei prezzi tra il 2022 e il 2023, i principali produttori hanno ridotto in modo significativo la capacità produttiva. Questa scelta, inizialmente difensiva, ha modificato in modo profondo lo scenario. Tra la fine del 2024 e il 2025 la domanda è tornata a crescere con forza, trainata dall’espansione dell’intelligenza artificiale, dal rinnovo delle infrastrutture cloud e dall’aumento progressivo delle dotazioni di memoria richieste dai dispositivi consumer.
/What-is-RAM-memory-Hero.jpg?width=1200&name=What-is-RAM-memory-Hero.jpg)
Secondo le analisi di IDC, il mercato delle memorie si trova oggi in un punto di svolta atipico rispetto ai cicli storici del settore. La crescita della domanda non è più legata solo al rinnovo dei dispositivi, ma a carichi di lavoro AI che assorbono quantità di memoria nettamente superiori. Questo squilibrio ha reso il mercato più rigido, con disponibilità limitata e prezzi in rialzo, e rischia di protrarsi almeno fino al 2026, con effetti che potrebbero estendersi anche al 2027.
Un confronto necessario: differenze con la crisi 2020-2023
Nel contesto attuale, è utile confrontare l’odierna crisi RAM con la carenza globale di chip vissuta tra il 2020 e il 2023. La crisi di allora aveva una natura prevalentemente logistica e sistemica: pandemia, blocchi produttivi e colli di bottiglia nella distribuzione avevano paralizzato l’intera filiera, colpendo in modo trasversale processori, sensori e componenti industriali. La domanda superava l’offerta a causa di interruzioni esterne e temporanee.
La crisi RAM attuale, invece, è selettiva e strutturale. Non nasce da fabbriche chiuse o da trasporti bloccati, ma da una riallocazione consapevole della capacità produttiva. I grandi produttori di memoria hanno progressivamente spostato wafer e investimenti verso soluzioni ad alto margine destinate ai data center per l’AI, come le HBM e le DDR5 ad alta capacità, riducendo l’offerta di DRAM e NAND convenzionali per smartphone e PC. Non si tratta quindi di attendere una normalizzazione della logistica, ma di fare i conti con una scarsità pianificata, nella quale il mercato consumer perde centralità rispetto alle esigenze degli hyperscaler.
Le cause strutturali della crisi RAM
Alla base della crisi della RAM non c’è un singolo evento, ma una serie di elementi convergenti. I grandi produttori, tra cui Samsung Electronics, SK hynix e Micron, hanno rallentato gli investimenti in nuovi impianti dopo le perdite registrate negli anni di eccesso di offerta. Allo stesso tempo, una parte consistente della produzione è stata riallocata verso memorie ad alto margine destinate a server e acceleratori AI. A questo si aggiungono fattori geopolitici e industriali. Le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina hanno reso più complessa la pianificazione delle forniture, mentre le restrizioni sulle esportazioni di tecnologie avanzate hanno inciso sulla distribuzione globale dei chip. Anche la concentrazione produttiva gioca un ruolo chiave: una quota rilevante della produzione mondiale di RAM dipende da pochi stabilimenti localizzati in aree geografiche specifiche, con margini ridotti di flessibilità.
Secondo le stime IDC, nel 2026 la crescita dell’offerta globale di DRAM e NAND resterà al di sotto delle medie storiche, rispettivamente intorno al 16% e al 17% su base annua, valori insufficienti a compensare la domanda generata dai data center AI. Questo conferma che la crisi non è solo ciclica, ma legata a una riallocazione potenzialmente duratura della capacità produttiva mondiale di wafer di silicio. Ogni wafer destinato a uno stack HBM per un acceleratore AI è, di fatto, sottratto a moduli LPDDR per smartphone o a NAND per SSD consumer.
L’effetto domino sugli SSD e lo storage
Sebbene l’attenzione si concentri sulla RAM, la crisi coinvolge anche il comparto dello storage. Le memorie NAND Flash, utilizzate negli SSD, condividono gran parte della filiera produttiva e delle dinamiche di investimento delle DRAM. La riduzione dell’output e la priorità assegnata alle soluzioni enterprise hanno già prodotto un aumento dei prezzi delle unità a stato solido.
Per l’utente finale, questo significa che il costo complessivo di computer, notebook e server aumenta su più fronti. Non solo la memoria volatile incide maggiormente sul prezzo finale, ma anche lo spazio di archiviazione diventa più costoso, rendendo più onerosi sia gli upgrade sia l’assemblaggio di nuove macchine, in particolare nei contesti professionali e aziendali.
Gli effetti su smartphone e dispositivi consumer
Nel settore mobile, la crisi si traduce in scelte più conservative da parte dei produttori di smartphone. Le memorie LPDDR4X e LPDDR5 rappresentano una voce rilevante nella distinta base: fino al 15-20% del BOM nei dispositivi di fascia media e circa il 10-15% nei modelli di fascia alta. Con l’aumento dei prezzi, gli OEM si trovano di fronte a un bivio: aumentare i prezzi finali, ridurre le specifiche o combinare entrambe le strategie.
Secondo gli scenari di IDC, nel 2026 il mercato globale degli smartphone potrebbe subire una contrazione compresa tra il 2,9% in uno scenario di ribasso moderato e il 5,2% in uno scenario più pessimistico. Allo stesso tempo, i prezzi medi di vendita (ASP) potrebbero crescere tra il 3 e il 5%, con picchi fino all’8% nello scenario peggiore, soprattutto nella fascia bassa del mercato, dove i margini sono più ridotti e l’impatto dei costi di memoria è maggiore.
Il fenomeno della “shrinkflation” tecnologica
In risposta all’aumento dei costi dei componenti, stiamo assistendo a una forma di shrinkflation (sgrammatura) applicata all’hardware. Invece di aumentare i prezzi di listino – mossa impopolare e rischiosa in un mercato saturo – i produttori potrebbero optare per compromessi strutturali. Questo si traduce nella saldatura dei moduli RAM direttamente sulla scheda madre anche su laptop di fascia business o gaming, eliminando gli slot SO-DIMM per l’espansione futura. Se da un lato questa scelta riduce i costi di produzione e gli spessori, dall’altro azzera la riparabilità e l’aggiornabilità del dispositivo, costringendo l’utente a sostituire l’intera macchina quando la memoria non sarà più sufficiente.
Impatto su computer, notebook e mercato enterprise
In risposta alla pressione sui costi, il settore sta adottando forme di shrinkflation tecnologica. Invece di aumentare apertamente i prezzi, alcuni produttori riducono la flessibilità hardware. Un esempio è la saldatura della RAM sulla scheda madre anche in segmenti dove in passato erano presenti slot di espansione. Questa scelta consente di contenere i costi e semplificare la progettazione, ma riduce drasticamente riparabilità e possibilità di aggiornamento, accorciando il ciclo di vita effettivo dei dispositivi.
Il ruolo dell’intelligenza artificiale nella crisi RAM
Un elemento centrale è il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale. I modelli di AI generativa, sia lato server sia lato dispositivo, richiedono grandi quantità di memoria per l’elaborazione e lo storage temporaneo dei dati. Data center, GPU e acceleratori specializzati assorbono una quota sempre maggiore della produzione globale di DRAM ad alte prestazioni. Questa competizione tra settore enterprise e mercato consumer altera le priorità industriali. I produttori tendono a privilegiare i segmenti con margini più elevati, lasciando scoperti quelli a più basso profitto. Il risultato è una pressione costante sull’offerta di RAM destinata a smartphone e PC tradizionali.
Il rischio di obsolescenza per gli “AI PC”
C’è un paradosso latente nell’attuale scenario: proprio mentre l’industria spinge verso i cosiddetti “AI PC” (computer ottimizzati per l’intelligenza artificiale locale, come Copilot+ o Apple Intelligence), la crisi della RAM rischia di immettere sul mercato dispositivi “nati vecchi”. L’elaborazione locale dell’IA richiede un quantitativo di memoria unificata elevato (spesso 16GB è considerato il nuovo minimo sindacale). Tuttavia, la pressione sui costi potrebbe spingere i brand a mantenere gli 8GB come standard d’ingresso ancora per molto tempo. Acquistare oggi un dispositivo con dotazione limitata significa, con ogni probabilità, precludersi l’accesso alle funzionalità software più avanzate che verranno rilasciate nel prossimo biennio
Prospettive e scenari futuri
Le analisi indicano che la crisi della RAM non si risolverà nel breve periodo. La combinazione di domanda AI elevata, investimenti produttivi selettivi e priorità assegnate al segmento enterprise suggerisce un mercato strutturalmente più rigido almeno fino al 2026. Per consumatori e aziende, questo contesto impone una pianificazione più attenta degli acquisti e degli aggiornamenti hardware. La memoria, spesso considerata una specifica secondaria, torna a essere un elemento strategico, capace di influenzare costi, prestazioni e sostenibilità dell’intero ecosistema tecnologico.



























Lascia un commento