Sostanze illegali, abuso di alcol, social network, videogiochi e smartphone rappresentano fenomeni diversi, ma possono diventare espressione di un disagio psicologico più profondo. Il responsabile della Psichiatria clinica e d’urgenza del Policlinico Gemelli richiama l’attenzione sui segnali che adulti, famiglie e scuola rischiano di riconoscere troppo tardi.
Il disagio degli adolescenti può assumere forme molto diverse: consumo di sostanze, abuso di alcol, gioco problematico, uso compulsivo dei social network e difficoltà nel controllo dello smartphone. Fenomeni distinti, che richiedono strumenti diagnostici e percorsi terapeutici specifici. L’uso intenso di una tecnologia, infatti, non equivale da solo a una dipendenza clinica; diventano centrali la perdita di controllo, la compromissione della vita quotidiana e la persistenza del comportamento.
A richiamare l’attenzione sul tema è il professor Gabriele Sani, direttore dell’Unità operativa complessa di Psichiatria clinica e d’urgenza del Policlinico universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma. Il tema rientra anche nelle attività del CEPID, il Centro psichiatrico integrato di ricerca, prevenzione e cura delle dipendenze del Gemelli.
«Le nuove dipendenze nel nostro Paese non si fermano alle droghe più note, ma si evolvono anche in disfunzioni comportamentali legate a social e intelligenza artificiale. Il vero rischio è riconoscere troppo tardi i segnali di questi ragazzi che stanno male e manifestano il loro malessere in questo modo», afferma Sani.
Per lo psichiatra, genitori e adulti devono saper individuare i segnali di sofferenza e accompagnare i giovani verso una valutazione specialistica. Isolamento, perdita di interesse per le attività quotidiane, peggioramento del rendimento scolastico, alterazioni del sonno e difficoltà nelle relazioni possono indicare un problema che non si esaurisce nell’uso dello smartphone o di una determinata sostanza.
Sostanze illegali, cresce il consumo tra gli studenti italiani
La Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia, pubblicata nel 2026 e riferita ai dati del 2025, indica che quasi 350 mila studenti minorenni, pari al 23% della popolazione scolastica under 18, hanno dichiarato l’uso di almeno una sostanza illegale nel corso dell’anno.
Nel 2024 la quota era pari al 20%: l’aumento corrisponde quindi a tre punti percentuali, pari a una crescita relativa del 15%. Cannabis e cocaina restano tra le sostanze più diffuse, mentre il Sistema nazionale di allerta precoce ha identificato 92 nuove sostanze psicoattive nel 2025.
Il quadro globale conferma la dimensione del fenomeno. Il World Drug Report 2026 dell’UNODC stima che 331 milioni di persone abbiano fatto uso di droghe nel 2024, circa il 6% della popolazione mondiale tra 15 e 64 anni. Il numero risulta superiore del 34% rispetto a dieci anni prima.
Il dato del 5,2% citato in alcune sintesi non rappresenta l’aumento registrato nel decennio, ma la prevalenza stimata all’inizio del periodo preso in esame.
Un’indagine dell’University College London offre un ulteriore elemento, limitato però al Regno Unito. Lo studio ha seguito quasi 10 mila persone nate tra il 2000 e il 2002 e ha confrontato i comportamenti dichiarati a 17 e 23 anni.
A 23 anni, il 68% ha riferito almeno un episodio di consumo eccessivo di alcol nell’ultimo anno; il 29% ha dichiarato il consumo di sei o più bevande in una sola occasione almeno una volta al mese. La quota di chi aveva provato cannabis è passata dal 31% al 49%, mentre quella relativa alle sostanze classificate dallo studio come “harder drugs” è salita dal 10% al 32%. I risultati descrivono una coorte britannica e non possono essere trasferiti direttamente alla popolazione italiana.
Social, smartphone e videogiochi: i dati richiedono cautela
Le ricerche sulle cosiddette dipendenze digitali restituiscono valori molto diversi, anche a causa delle definizioni e degli strumenti di misurazione adottati.
Una meta-analisi internazionale citata da Frontiers in Psychology ha stimato prevalenze aggregate del 26,99% per l’uso problematico dello smartphone, del 17,42% per i social media, del 14,22% per internet e del 6,04% per i videogiochi.
Gli stessi autori precisano che non esiste ancora un consenso pieno sul confine tra uso eccessivo, comportamento problematico e dipendenza. Queste percentuali, quindi, non indicano la presenza di una diagnosi clinica in una quota equivalente della popolazione mondiale.
Una revisione pubblicata nel 2026 su Archives of Psychiatric Nursing ha rilevato una prevalenza aggregata del 25% per l’uso problematico o assimilabile a dipendenza dei social network tra gli adolescenti in età scolare.
Il risultato deriva da 20 studi e da oltre 486 mila partecipanti, ma presenta un’eterogeneità statistica molto elevata. Gli autori invitano perciò a interpretare il dato come indicazione generale e non come stima precisa valida per tutti i Paesi.
Uno studio pubblicato su JAMA nel 2025 ha seguito 4.285 ragazzi statunitensi a partire dai 9-10 anni. Il 49,2% ha mostrato una traiettoria costantemente alta di uso compulsivo del telefono, mentre il 24,6% ha registrato una crescita dei sintomi nel tempo. Per i videogiochi, il 41,1% apparteneva al gruppo con livelli elevati.
Lo studio ha rilevato associazioni tra le traiettorie di uso compulsivo e alcuni esiti di salute mentale, ma non prova un rapporto diretto di causa-effetto. Le percentuali descrivono inoltre categorie ricavate da questionari e non diagnosi cliniche. Il tempo totale trascorso davanti allo schermo, preso da solo, non ha mostrato la stessa associazione.
In Italia, la Relazione al Parlamento stima che circa 15 mila studenti tra 11 e 13 anni, pari all’1%, presentino comportamenti riconducibili alla social media addiction. Altri 111 mila studenti, il 7%, risultano a rischio di internet gaming disorder.
Entrambi gli indicatori risultano inferiori rispetto al 2022, quando le quote erano rispettivamente del 2,2% e dell’11%. La diminuzione non elimina il problema, ma impone di evitare formule che descrivano una crescita uniforme di tutte le dipendenze digitali.
Intelligenza artificiale, uso diffuso ma nessuna equivalenza con la dipendenza
Il rapporto European children’s use and understanding of generative AI, curato da EU Kids Online, mostra che il 72% dei minori europei tra 9 e 16 anni ha utilizzato almeno una funzione di intelligenza artificiale generativa nel mese precedente alla rilevazione. In Italia la quota raggiunge l’89%.
Il campione quantitativo comprende 25.592 minori di 17 Paesi, mentre una parte qualitativa separata ha coinvolto ragazzi tra 13 e 17 anni. Il dato misura la diffusione dell’uso, non una dipendenza né un impiego abituale da parte del 72% degli adolescenti.
La presenza dell’IA nella vita quotidiana dei più giovani apre questioni relative a privacy, attendibilità delle risposte, manipolazione dei contenuti e possibile affidamento emotivo agli strumenti digitali. L’uso di un chatbot per lo studio, la creatività o la ricerca di informazioni non costituisce però, di per sé, un comportamento patologico.
Il rischio emerge quando lo strumento sostituisce in modo persistente relazioni, attività scolastiche o funzioni essenziali della vita quotidiana, oppure quando il ragazzo non riesce più a limitarne l’uso. Il rapporto EU Kids Online invita per questo a rafforzare l’alfabetizzazione digitale, la supervisione degli adulti e la capacità dei minori di valutare limiti e rischi dei sistemi generativi.
Famiglie e servizi, il problema non si esaurisce nel sintomo
Secondo Sani, la natura domestica e poco visibile di molti comportamenti digitali può ritardare il riconoscimento del disagio.
«I genitori rimangono spesso ignari del dramma che vivono i propri figli e possono scambiare l’isolamento per timidezza o per una semplice abitudine generazionale», osserva lo psichiatra. Un altro rischio consiste nel tentativo di eliminare subito il comportamento, senza una valutazione delle cause psicologiche, familiari e relazionali.
«Questi ragazzi sovente hanno un disagio o una vera patologia psichiatrica che si manifesta attraverso la dipendenza. Dobbiamo intervenire su questa, ma anche sulla situazione psichica di base del ragazzo e sul contesto familiare e relazionale nel suo insieme», precisa Sani.
Il modello indicato dal CEPID prevede percorsi integrati tra valutazione psichiatrica, riabilitazione comportamentale, sostegno alla famiglia e collaborazione con la scuola. L’obiettivo non consiste soltanto nella riduzione del comportamento compulsivo, ma anche nell’individuazione delle condizioni personali e relazionali che lo alimentano.
La tecnologia, secondo il professore, non deve diventare il bersaglio di una demonizzazione indiscriminata.
«Siamo davanti a un mondo completamente nuovo, che non va considerato la causa di ogni male. Bisogna imparare a conoscerlo e gestirlo, con l’obiettivo di proteggere i ragazzi dalle sue potenziali degenerazioni».





























Lascia un commento