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Un riassunto degli Oscar 2022 in poche parole

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Con ancora qualche postumo dalla nottata tra domenica e lunedì, eccoci qui, a parlare ed esaminare questa strana e inaspettata cerimonia degli Oscar. Le cose da dire sono parecchie e le emozioni da processare infinite, ma cominciamo dal principio.

Nella 94esima edizione degli Academy Awards tornano a risplendere i riflettori del Dolby Theatre di Los Angeles, California. In questa location mozzafiato si respira un’aria incantata, magica, che sa di libertà. Si vede una luce in fondo al tunnel, il ritorno alla normalità tanto agognata in questi ultimi due anni.

Il red carpet

Sul tappeto rosso, gremito di celebrità, sfilano le star più in voga del momento, tra cui Timothée Chalamet con un magnifico outfit firmato Louis Vuitton, Zendaya in Valentino, Andrew Garfield e la straordinaria Zoë Kravitz in Saint Laurent. Ma ci sono anche i favoriti della serata, tra i quali spiccano Will Smith, in gara per Miglior Attore Protagonista, Jessica Chastain candidata invece a Miglior Attrice Protagonista e moltissimi altri.

La serata si prospetta interessante, carica di tensione, ma solo perché siamo ancora inconsapevoli dei disastri che si susseguiranno durante la cerimonia. La prima parte di queste premiazioni si presenta, almeno ai nostri occhi, come una replica sbiadita dei BAFTAs Awards, tenutisi poco più di due settimane fa a Londra. 

Le presentatrici – Amy Schumer, Regina Hall e Wanda Sykes – ricordano molto l’umorismo usato da Rebel Wilson; irriverenti ma accettabili le battute del primo sketch che si scagliano contro il maschilismo dell’industria e alcuni dei presenti in sala; ma la gag di Regina Hall dove, con la scusa di aver perso gli esiti di alcuni test Covid, richiama sul palco gli scapoli belloni di Hollywood e “li esamina”, era a nostro parere evitabile.

Le premiazioni

Dal punto di vista delle premiazioni invece tutto abbastanza prevedibile. Dune vince quasi tutti i premi più tecnici e si porta a casa sei statuette su dieci, compresa quella per la colonna sonora a Hans Zimmer. Viene poi annunciato il premio a miglior film d’animazione, conseguito da Encanto, che era una tra le scelte più deboli nella categoria, almeno in merito alla morale trasmessa. Infatti in questa categoria gareggiavano anche Luca, un altro colosso Disney che ha scaldato i cuori di moltissimi spettatori, grandi e piccini durante l’estate, I Mitchell contro le Macchine di Sony, una pellicola da recuperare assolutamente, che parla di una famiglia disfunzionale, del rapporto padre-figlia, dell’importanza dei sogni e della paura del fallimento, non solo di chi lo vive in prima persona ma anche di chi ci tiene e ci è già passato; e Flee, un film non eccelso dal punto di vista dell’animazione ma che racconta la storia vera e struggente di Amin, un ragazzo costretto a fuggire dal proprio Paese – l’Afghanistan – un’odissea, anche emotiva, di enorme potenza e molto attuale.

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Drive My Car

Si passa poi alla premiazione del miglior film internazionale che viene conferito, come da copione, a Drive My Car del regista giapponese Ryusuke Hamaguchi. La storia raccontata in questa pellicola della durata di tre ore è tratta dall’omonimo racconto di Haruki Murakami, presente nella raccolta Uomini senza Donne, e, nonostante sia piuttosto poetica, non ci ha convinto appieno. Ed è proprio dopo il premio a questo film che le cose cominciano a prendere una piega inaspettata. Si è entrati infatti nel vivo della cerimonia, nel momento dell’assegnazione delle categorie più attese. La tensione è alle stelle e le aspettative sono altissime.

Belfast

L’Oscar alla miglior sceneggiatura originale va a Belfast, una sorta di biopic un po’ romanzato sull’infanzia del regista e sceneggiatore Kenneth Branagh che, a nostro avviso, non era il film scritto meglio, soprattutto visti i suoi rivali Licorice Pizza e The Worst Person in the World

Il film è ambientato nel mezzo della guerra civile in Irlanda del Nord tra i cristiani e i protestanti, e le tematiche racchiuse in esso sono tantissime, e forse per questo un po’ trascurate e raccontate spesso in maniera inverosimile. È un film che è pensato come un compromesso che vuole raccontare al tempo stesso la crudeltà, la violenza e la difficoltà di vivere nel periodo di fine anni Sessanta nel Regno Unito e il perbenismo e il politically correct che l’Academy sembra abbracciare ogni anno di più.

CODA

Ma passiamo oltre. Un altro scivolone viene commesso quando il premio a miglior sceneggiatura non originale viene concesso a CODA – I Segni del Cuore e non a Il Potere del Cane, a nostro parere il film meglio adattato in questa categoria.

Il fuori programma

E poi arriva il momento più discusso di questa assurda serata. Mentre Chris Rock presenta il premio a miglior documentario si lascia scappare una battuta infelice sull’acconciatura di Jada Pinkett Smith, attrice e moglie di Will Smith, dovuta alla condizione clinica dell’alopecia. L’attore prima ridacchia ma poi, vedendo l’espressione della consorte, si alza dal posto e tira uno schiaffo in pieno volto del presentatore lasciando la platea in un misto di incredulità e divertimento.

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Si pensa subito che sia uno sketch preparato, ma la voce seria con cui Will Smith si rivolge a Chris Rock dopo l’accaduto e il fatto che questo sia stato oscurato negli Stati Uniti lascia dei dubbi grandi quanto una casa. Una cosa è certa però, con questo gesto, avvenuto davanti al mondo intero, la cerimonia degli Oscar – e, nel caso fosse tutto finto, la comicità – ha toccato uno dei punti più bassi di sempre.

In primo luogo la violenza, per quanto la battuta fosse sbagliata, non è mai la soluzione. Inoltre il gesto, e poi anche il discorso proferito una volta vinto l’Oscar come migliore attore, portano avanti una retorica intrisa di mascolinità tossica e di quanto sia importante per un uomo difendere la sua donna e la sua famiglia, parlando dello schiaffo come un gesto del suo folle amore.

Gli errori

L’ultimo commento resta per l’errore più grande della serata. Dopo aver premiato Will Smith come migliore attore – e non Benedict Cumberbatch o Andrew Garfield, a nostro parere migliori a portare sullo schermo la complessità delle emozioni dei personaggi da loro interpretati – lo schiaffo più forte viene dato agli appassionati di cinema premiando CODA – I Segni del Cuore come miglior film.

Tangibile la delusioni di molti. Perché CODA tutto sommato è una pellicola gradevole, ma non di più. È uno di quei film da guardare appisolati sul divano una domenica pomeriggio, uno di quei film un po’ cliché che ti scaldano il cuore, ma che un’ora dopo la visione ti sei già dimenticato.

È un film semplicista, che cerca di non offendere nessuno e strizza l’occhio all’immobilismo e al perbenismo dei votanti della giura, che infatti lo hanno accolto a braccia aperte regalandogli il premio di maggiore prestigio.

Le note positive…

Nonostante questa sia sicuramente una delle più disastrose nottate degli Oscar vorremmo anche rimarcare in breve le poche note positive.

Ariana DeBose è la prima donna queer afroamericana ad aver vinto come miglior attrice non protagonista per West Side Story; ha interpretato il ruolo di Anita in modo eccelso, tanto da oscurare i personaggi protagonisti.

Poi è stata la volta di Jane Campion, regista neozelandese, che ha vinto il premio alla migliore regia per Il Potere del Cane – un film prezioso, candidato a 12 nominations che ha vinto in quest’unica categoria. Inoltre è l’unica donna ad essere stata candidata due volte a questo premio e a vincerlo entrambe le volte.

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Per concludere, anche se non è un premio, un momento degno di nota della lunghissima serata è stata la reunion del cast de Il Padrino, che ha scaturito una standing ovation. Tenero il momento in cui Steven Spielberg che registra, con occhi lucidi e pieni di ammirazione, i tre mostri sacri del cinema – Al Pacino, Robert De Niro e Francis Ford Coppola – proferire un discorso emozionante.

…E quelle negative

Che si parli più del gesto di Will Smith che del Miglior Film dovrebbe essere un segnale d’allarme per l’Academy, che ha perso di vista il vero valore della settima arte e si discosta sempre di più dai gusti dell’opinione pubblica, in cerca di una ventata di aria fresca, tirando dritta nel suo bigottismo.

E dunque per concludere vorremmo ricordare cosa dovrebbe essere il cinema.

Il cinema è potenza, è riconnettersi con le proprie emozioni e trovare un pezzo di sé su un telo bianco in una sala buia. È non riuscire a smettere di pensare a quello che si è appena visto, volerlo raccontare a tutti, viverlo. È dimenticarsi che esiste un mondo al di fuori dello schermo, immedesimarsi con i protagonisti e uscire dalla sala con ancora la colonna sonora nelle orecchie e la voglia di essere protagonisti della propria vita. Il cinema è poesia, è un abbraccio dopo una lunga giornata o un pugno nello stomaco che ci ricorda quanto è dura la vita. Il cinema è arte, è un quadro in movimento, un mondo così distante eppure alla portata di tutti.

E di tutti questi sentimenti, di questi momenti in cui il cinema ci accompagna, l’Academy dovrebbe ricordarsene.

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Alessia Corti
Non so fare matematica ma conosco tutte le battute di “Fleabag” a memoria. Nel tempo libero leggo e guardo film e serie tv, ogni tanto studio anche.