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Le chiamate mute sono una tecnica per verificare la funzionalità di un'utenza.

Giudice condanna un call center per molestie


Quello che è avvenuto a Firenze è ciò che molti utenti di linee telefoniche in Italia sperano (probabilmente) accada più spesso. Il giudice Francesco Coletta del tribunale di Firenze ha infatti condannato per molestie le due responsabili di un’azienda di pubblicità commerciale con sede a Catanzaro per le continue telefonate ai danni di un utente.

Tutto ebbe inizio nel 2017, quando una coppia residente nel fiorentino, dal 14 al 21 marzo 2017 ha ricevuto sul proprio telefono fisso una ventina di telefonate mute. L’utenza, una volta richiamata, non rispondeva a sua volta, o proponeva un messaggio registrato che informava dell’indisponibilità dell’utente. La coppia, per il timore che dietro si potesse celare qualche malintenzionato, ha così sporto denuncia ai Carabinieri che in seguito hanno scoperto che le chiamate moleste provenissero dalla stessa utenza, un call center di Catanzaro.

Il procedimento istruito dal pubblico ministero Gianni Tei, avvenuto dopo la denuncia, ha portato dunque alla condanna del giudice per “molestia o disturbo alle persone”. La motivazione sarebbe riconducibile alla frequenza e alla ripetitività delle chiamate, per altro mute. Si tratta di una tecnica utilizzata dai call center più fastidiosi, il cui scopo è quello di verificare la funzionalità di un’utenza telefonica. Ma il numero dei tentativi che sono stati effettuati sul numero di telefono del cittadino di Firenze, secondo quanto affermato dal giudice, non può essere ritenuto un errore di inoltro delle chiamate. Call center che per altro non ha adottato “misure tecniche e comportamentali degli operatori” che dovrebbero salvaguardare il potenziale cliente. Invece l’agenzia, riporta il giudice, “non ha fornito alcuna prova in ordine al fatto di aver predisposto regole lavorative, ordini di servizio, formazione specifica sul punto, utili ad evitare che una legittima attività di promozione commerciale potesse essere adottata con modalità inadeguate“.

Le chiamate mute sono una tecnica per verificare la funzionalità di un’utenza telefonica.

Per queste ragioni il tribunale ha disposto che le donne a capo del call center (proprietaria e amministratrice unica) paghino 300 euro di ammenda a testa e un risarcimento di 2.000 euro all’utente che ha ricevuto le telefonate, anche fino tre al giorno. Che sia il precedente che porterà ad altre querele? In realtà un servizio per proteggere gli utenti dalle chiamate sul fisso c’è già ed è il Registro delle Opposizioni. Che per altro a fine luglio è entrato in vigore anche per i telefoni cellulari. Secondo il ministro Giorgetti le adesioni sono state 1,2 milioni.

Giornalista pubblicista, SEO Specialist, fotografo. Da sempre appassionato di tecnologia, lavoro nell'editoria dal 2010, prima come fotografo e fotoreporter, infine come giornalista. Ho scritto per PC Professionale, SportEconomy e Corriere della Sera, oltre ovviamente a Smartphonology.